LA DODICESIMA NOTTE

Per Befana parla l'asino, il bove e la cavalla

In tarda serata i morti s’incarnavano negli animali da stalla

di Marina Cepeda Fuentes

Per Befana parla l'asino, il bove e la cavalla

Mancano poche ore per la notte più magica dell’anno: quella del 5 gennaio, la Notte della Befana, chiamata anche la “Dodicesima notte” perché ricorre dodici giorni dopo quella del Natale e conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo: è dunque una sorta di capodanno, e perciò, come ogni “capo dell’anno” è colma di sortilegi.

Lo ricorda anche un proverbio diffuso soprattutto in Romagna e in Toscana, quando si credeva che gli animali parlassero fra di loro allo scoccare della mezzanotte, alla vigilia dell’Epifania: “La notte di Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla”. Si credeva anche che gli animali si scambiassero  consigli su come vendicarsi dai maltrattamenti dei  loro padroni e perciò il 5 gennaio i contadini governavano senza risparmio le loro bestie, con carezze e cibo abbondante per evitare che nella vigilia dell’Epifania  dicessero male dei loro custodi.

Ma si credeva anche che i morti s’incarnassero negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie, come furono indovini i Tre Magi: perciò l’incauto testimone che avrebbe voluto ascoltarli sarebbe stato costretto a seguirli nell’aldilà. A Lugo di Romagna  si narra infatti che la notte della Pasquella, come viene anche detta la Befana, una massaia cadde fulminata a terra dopo che aveva ascoltato i suoi due bovi nella stalla presagire la sua morte: - “Sai quando morirà la padrona?”, domandò una delle bestie. E rispose l’altra:-“Domattina la portano a seppellire”.

Insomma, in realtà quella che si festeggia questa notte, come scrive Alfredo Cattabiani, nel “Lunario” (Mondadori) è la personificazione femminile dell’anno, la Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una vecchia, un befana o “comare secca” che verrà poi  segata e bruciata, come accade tuttora in molti luoghi dell’Italia, specialmente alla fine della Quaresima: perciò,  prima di morire, offre dolciumi e regalini, i simboli dei  semi grazie ai quali riapparirà a primavera nelle vesti di giovinetta Natura.

In alcune cittadine, specialmente dell’Italia centro-settentrionale, dall’Abruzzo alla Romagna e alla Toscana, nella Dodicesima notte resiste ancora un rito antichissimo e poi cristianizzato, e cioè “cantare la Pasquella” per le vie e le case. Si tratta di  gruppi di giovani e di anziani, detti “befanotti”, che dopo il canto ricevono uova, pane, formaggio, salsicce: in cambio di doni i questuanti promuovono con il loro augurio la prosperità del nuovo anno. Lo rammentano questi versi:

 

Da lontano abbiam saputo

che ammazzato il porco avete,

qualche cosa ci darete:

o salsiccia o mortadella.

Viva viva la Pasquella!

 

Il rito della Pasquella è ancora vivo anche a Recanati, dove cori di bambini cantano strofette come questa:

 

Sulle rive del Giordano

dove l’acqua diventa vino

per lavare Gesù Bambino

per lavare la faccia bella

giunti siamo alla Pasquella.

 

Sono versi  che alludono anche alla festa dell’Epifania nel cristianesimo orientale, ancora viva in Italia a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, dove si festeggia il battesimo di Gesù, come  d’altronde accadeva in Oriente dove la festa nacque nel II secolo fra gli gnostici basiliani che celebravano il battesimo di Gesù credendo che l’incarnazione fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo. Poi la festa venne adottata dalle Chiese orientali trasformandosi nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell’adorazione dei Magi, del suo battesimo e del primo miracolo a Cana.

Infine verso il V secolo si diffuse a Roma dove si ricordava non la nascita di Gesù, fissata al 25 dicembre, ma l’adorazione dei Magi: d’altronde la parola Epifania vuol dire “Manifestazione”, e infatti il 6 gennaio si celebra la “Manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio Gesù”, rappresentati dai Re Magi. Da Epifania  deriverebbe il nome della vecchia Befana:  inizialmente deformato in  “Pifania” e poi in  “Befania”.

 Gli Orientali chiamavano l’Epifania anche “festa delle luci”, e in suo ricordo si svolge a Tarcento, in provincia di Udine, la festa dei “pignarul”:  al calar della sera una stella issata sulla cima di una pertica sale le pendici del colle di Coia. Seguono i tre Re Magi dietro un lungo corteo di gente in costume medievale che reca in mano una fiaccola.

La stella è anche la protagonista sia nel Veneto che nel Friuli della “questua dei Tre Re”: tre persone mascherate da re Magi e seguite da un corteo di coetanei vanno di casa in casa portando in mano una rudimentale stella di carta e intonando il cosiddetto “canto della stella” in cambio del quale riceveranno cibi o denaro.

Ma torniamo  alla Befana che in Italia la si conosce con tantissimi nomi diversi: ad esempio la “Vecchia” a Pavia, la “Pifania” a Lario Orientale, la “Vecia” o la “Stria” a Mantova, Padova, Treviso e Verona; e poi la “Pasquetta” a Legnago mentre  a Venezia si chiama invece “Marantega” o “Redodesa”, nome che si ritrova anche nelle alpi bellunesi con le varianti “Redosega”, “Redosola” e “Redosa”.  

Esistono anche la “Sibilia” a Pirano, la “Donnazza” a Borca di Cadore, “l’Anguana” a Cortina d’Ampezzo e la “Berola” in provincia di Treviso. E infine la “Femenate” o la “Marangule” nel Friuli;    la “Barbasa” a Modena; a Piacenza la “Mara” e  a Bologna la “Voecia”!

E sebbene in realtà tutte le vecchie befane abbiano lo stesso compito, ossia quello di portare  doni la notte dell’Epifania, non tutte hanno lo stesso aspetto, come dimostra questa  filastrocca:

 

La Befana di Torino

ha due buchi nel calzino

mentre quella di Milano

ha due toppe nel pastrano:

 

Giunte entrambe a Riccione

si comprarono un bel maglione;

e alla scopa stanca di volare

fanno fare un tuffo in mare.

 

La mattina la strada riprendono

che i bambini già le attendono;

sotto i camini son pronti i calzini

di tutti i ragazzi: da Trieste a Vizzini!

 

Una volta, i bambini romani, mentre la notte del 5 gennaio attendevano l’arrivo della Befana, cantavano un popolare filastrocca romanesca:

 

La Bbefana riccia, riccia

tutta quanta inanellata

scende giù cor Bbefanino

da la cappa der camino.

 

Va dicendo a le ragazze:

siate bbone, nun siate pazze.

 

'Na ragazza impertinente

nun voleva fare gnente

e la Bbefana la portò via

ar paese della Bbefania...

 

E dov’è il “Paese della Bbefania”, si domanderanno i lettori? Ebbene, c’è chi afferma che sia proprio a Roma, a Piazza Navona, dove in questi giorni decine di bancarelle mostrano i doni che la “Bbefana” porterà ai più piccoli.

E addirittura si dice che è fra i tetti della bellissima piazza dove lei e suo marito Bbefanoto fabbricano durante tutto l’anno i regalini. Certo, nei momenti di grande lavoro vi arrivano per aiutarli i loro due figli che tradizionalmente vivono, uno in Sicilia, a Cefalù, e l’altra in Toscana, dalle parti della Garfagnana.

Il figlio maschio si chiama Maccavaddu e sarà lui, che è molto forte e grosso, chi la  notte del 5 gennaio aiuterà la madre a caricare i sacchi pieni di giocatoli sulla sua scopa magica.

Invece la figlia femmina della “Bbefana” - il nome romano della Befana -  si chiama Pifanietta ed è bravissima a cucire le calzette colorate che i bimbi dovranno lasciare sul camino, oppure sul davanzale della finestra perché vengano riempite: dicono  che sia sposata con un tale Marc’Antonio, come svela una  “Befanata” che proprio la sera della vigilia dell’Epifania veniva cantata in alcuni paesi della Toscana:

 

La Befana ha una figlia,

già congiunta in matrimonio

con un certo Marc’Antonio

di buonissima famiglia...

 

Ma anche  nelle Marche la Befana  possiede una casa, e concretamente  nella cittadina di Urbania, vicino a Pesaro, dove ogni anno il 6 gennaio si danno appuntamento tutte le Befane del mondo, che sono più di centocinquanta, per sfilare con i costumi tipici fra bancarelle di dolciumi  con  migliaia di calzette variopinte piene di regalini.

In ogni modo, e qualunque sia il suo nome e il luogo dove risieda, la buona Vecchia che nella Dodicesima Notte dopo Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno, arriva puntualmente portando doni ai bambini la Vigilia dell’Epifania, non sarebbe altro, come già detto,  che la personificazione della Madre Natura, giunta alla fine del ciclo vitale invernale; e perciò si manifesta assumendo le sembianze di una sorta di vecchia e benevola strega a cavallo di una scopa volante.

E aldilà di tutto ciò l’arrivo della Befana continua ad essere  una grande festa per i piccoli che puntualmente aspetteranno anche quest’anno il suo ritorno, come assicura quest’altra  filastrocca,  a cavallo di una scopa magica:

 

È tornata la Befana

a cavallo di una scopa:

vola senza far rumore

nella notte nera nera.

 

Sulle spalle ha tanti sacchi

e li posa sui camini

tira fuori sorridente

i regali per i bambini.

 

Ma attenzione, la Befana non vuole testimoni, sicché questa notte i bambini devono andare presto a dormire, altrimenti la buona Vecchia volerà via senza fermarsi. E soprattutto occorre che siano  buoni e generosi con tutti coloro che non hanno niente, perché la magica Befana vede e sente, come dicono i versi del Pascoli:

 

La Befana vede e sente;

fugge al monte, chè l’aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente...

 

 

 

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