ALBERT NOBBS

Glenn Close, nei panni di un uomo, vuole l'Oscar

Grande prova dell'attrice con un omaggio sincero, ma forse un pò troppo algido, alle donne

di Michele  Cucuzza

Glenn Close, nei panni di un uomo, vuole l'Oscar

Scommetto che vincerà l’Oscar Glenn Close, battendo l’amica –rivale Meryl  Streep, candidata per  ‘The iron Lady’, con la sua memorabile interpretazione di  ‘Albert Nobbs’,  film diretto da Rodrigo Garcia (il figlio del premio Nobel colombiano), che lei stessa ha coprodotto e cosceneggiato:  ‘Ho rivisto tutti i film di Charlie Chaplin’, ha detto la Close a ‘Repubblica’ . ‘Ho studiato la sua postura e tutti i particolari, li ho fatti miei: le scarpe troppo grandi, la camminata. E, spero, la poesia’.  E ce l’ha fatta:  la dark Alex di ‘Attrazione fatale’,  la marchesa di Merteuil  protagonista delle ‘Relazioni pericolose’,  la Crudelia  Demon della ‘Carica dei 101’, già sei  volte candidata all’Academy Award, realizza una perfetta prova di attrice nei panni di un uomo, un ometto alla Charlot,  maggiordomo di un albergo della Dublino di fine ottocento,  nei cui panni è costretta a nascondersi per poter lavorare. Il suo viso diafano, i suoi occhi vispi e controllati, la sua sofferenza celata e mortificata, l’ingenuo entusiasmo che, contemporaneamente, affiora qua e là, non potranno non entusiasmare  i giurati di Hollywood e le platee internazionali. Glenn Close ha da sempre amato questo personaggio, protagonista di un racconto di inizio secolo di George Moore:  l’aveva interpretato a teatro 30 anni fa e, finalmente, è riuscito a portarlo sul grande schermo, complici il romanziere  irlandese John Banville e il regista ungherese  Istvan Szabo.

Albert Nobbs e la vera Glenn Close

       ‘Albert Nobbs’ vuole essere un omaggio sincero alla faticosa, dolorosa, ingiusta,  eppure vitale, esperienza della donna in un mondo costruito e dominato dall’uomo:  non è difficile volare con il pensiero- tanto per restare dalle parti in cui il film è ambientato – a uno scandalo affiorato soltanto da poco,  quello delle  30mila lavandaie-schiave d’Irlanda, espulse  adolescenti da famiglie  che non le volevano, costrette a finire in comunità religiose,  obbligate per 50 anni, fino al 1966 – senza che nessuno ufficialmente ne  sapesse niente – a lavare panni gratis e a subire violenze psicologiche, fisiche e  anche sessuali, in un paese dove ancora oggi è vietato l’aborto;  oppure ricordare la lunga battaglia delle donne italiane, dal dopoguerra,  al boom economico, a oggi, per ottenere gli stessi  diritti e le stesse opportunità degli uomini, dal  voto, all’istruzione, al lavoro, compreso il diritto di non firmare – nel 2012 -  l’inammissibile  lettera preventiva di licenziamento in bianco, in caso di gravidanza, e di essere pagate come gli uomini: discriminazione che permane persino nell’America di Obama, dove le donne – secondo un rapporto ufficiale dell’Amministrazione – continuano a guadagnare il 25% in  meno degli uomini, a parità di studio e mansioni, nonostante apposite leggi destinate a abolire la disparità salariale uomo-donna.

     Esempi tra i tanti: potrebbero essere infiniti e questo articolo un trattato. Ciò che colpisce, commuove e indigna  in ‘Albert Nobbs’  è che il film rimarca come, da  sempre,  la donna sia   costretta a dissimulare. Qualunque cosa, il fatto di essere un’orfana maltrattata da genitori adottivi, di aver subito violenza da adolescente, pure il proprio sesso, anche quando provoca a se stessa  gioia entusiastica e infantile, e, naturalmente, anche l’omosessualità, persino quando si esprime  nel  sogno tenero  di ‘sposare’  una camerierina maltrattata da un uomo di cui si è invaghita e che l’ha messa incinta. La dissimulazione, il segreto – addirittura del proprio genere e delle proprie scelte sessuali - come primo segno della discriminazione, dell’inammissibilità.

Un tipico sguardo rivelatore della Close

     Giustamente le donne non vogliono  compassione  e, per questo, ‘Albert Nobbs ‘ e Glenn Close si tengono alla larga dalla volontà di suscitare qualcosa di lontanamente simile:  purtroppo, però, il finale, realmente  commovente, pieno di poesia, paga il  prezzo di questo apparente, voluto  distacco, fino a  sembrare – come un po’ tutto il film – trattenuto e algido, mentre è profondo e toccante. Peccato.

 

 

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