915 partite da professionista, 411 gol

Thierry Henry, il re di Highbury dice addio al calcio giocato

Dotato di straordinaria eleganza, ha vissuto una carriera fatta di gol e amicizie fra compagni di squadra e non, di rapporti esemplari con i tecnici e di boati che riecheggiano nei vari stadi

di Tommaso Nuti

Thierry Henry, il re di Highbury dice addio al calcio giocato

“I eat football, I sleep football, I breathe football. No, I’m not mad, i’m just passionate.”

(“Mangio calcio, dormo sognando calcio, respiro calcio. No, non sono pazzo, sono solo appassionato.”)

 Thierry Henry si ritira all’età di 37 anni, dopo 20 di onorata carriera, ai più grandi livelli a cui un calciatore possa mai aspirare: 915 partite da professionista, 411 gol.

''È stata una stupenda avventura con dei ricordi incredibili. Vorrei ringraziare tutti i tifosi e i compagni di Monaco, Juventus, Arsenal, Barcellona e New York Red Bulls, oltre ovviamente alla Francia che ha reso la mia carriera così speciale. Spero che vi sarete divertiti guardandomi, come io mi sono divertito a far parte del calcio.''

In un sistema falso e basato sulla corruzione e sul denaro si ritira una leggenda. Dedizione, lavoro, classe, tecnica, velocità, professionista vero. Mentre i ragazzini sono troppo impegnati a copiare il taglio di capelli a Balotelli, si perde di vista quello che un vero giocatore dovrebbe trasmettere ai giovani. È l’esempio di Henry, mai un eccesso fuori dal campo, mai uno dentro. Le generazioni che hanno assistito al fenomeno di Titì non si dimenticheranno mai ciò che riusciva a creare con i piedi; pittore di traiettorie impossibili, autore di accelerazioni e dribbling, ma sopra ogni cosa leader grazie al suo spirito da campione dentro lo spogliatoio e in campo.

 Ma il suo non è un vero e proprio addio al mondo del pallone, raggiungerà Gary Neville, Jamie Carragher e Jamie Redknapp nel ruolo di opinionista di Sky Sports edizione inglese.

 Scoperto nel 1990 da un osservatore del Monaco, fu Arsene Wenger a farlo esordire; 5 stagioni con la maglia del principato conducendo la squadra in semifinale di Champions (segnando 7 gol, record francese della competizione) e vincendo il titolo francese. Nel 1999 arriva la chiamata della Juve, in cerca di un sostituto per un certo Alex Del Piero, infortunato ad un ginocchio. Sarà una vera e propria parentesi (in parte negativa) quella di “TT” in Piemonte, con 3 gol in 16 partite. A giugno dello stesso anno la svolta della sua carriera. La chiamata di Wenger per Londra, sponda Arsenal. Fino ad ora aveva giocato ala, sia destra che sinistra. E’ scettico riguardo alla scelta di Wenger di schierarlo punta, il tecnico gli dice di fidarsi, e in fondo non aveva tutti i torti. 

Otto stagioni in maglia dei Gunners, 377 presenze e “solo” 228 gol, miglior marcatore di tutti i tempi del club inglese, con conseguente statua al merito all’entrata dell’Emirates Stadium. Il rinnovo di Arsene Wenger tarda ad arrivare e Henry approda al Barcellona, anni della sua vera incoronazione. Vince tutto, sorprende tutti. Una forza della natura. Prima stagione di adattamento alla squadra, 15 reti e terzo posto in campionato, ma la seconda lo vedrà protagonista con una Champions League vinta e il titolo di campione spagnolo aggiunto in bacheca. In tutto questo vince il titolo di campione del mondo con la Francia nel 1998, e medaglia d’argento ai mondiali del 2006 in Germania. Il terzo anno vedrà Pedro preferito al francese e “TT”, in cerca di nuovi stimoli dopo il ciclo degli “Invincibili” di Barcellona si sposterà oltreoceano, sponda New York, nei Red Bulls, dove sosta per quattro anni. Ma la Premier League lo aveva incantato già durante gli anni dell’Arsenal ed è proprio nell’inverno del 2012 che tornerà a casa, dove gioca 7 partite e realizza 2 gol. Wenger lo fa entrare negli ultimi 20 minuti contro i Leeds, in una partita di coppa. Entra, tiro, pallone in rete, il vizio del gol non lo ha mai perso. L’Emirates Stadium impazzisce per il ritorno del figliol prodigo. Standing Ovation e lacrime per il campione.

Torna in America e gioca l’ultima partita nello scorso novembre, poi la notizia della fine della strabiliante carriera dell’asso francese, data da lui stesso qualche giorno fa in conferenza stampa.

 Sono ormai pochi gli eroi degni di tale appellativo che calpestano i campi verdi dei nostri campionati, tantomeno in Italia, in cui si sta più attenti al colore delle scarpe che, per esempio, alle strette di mano e al sorriso con cui i giocatori dovrebbero scendere in campo. Non un semplice lavoro finalizzato alla notorietà e alla crescita del conto in banca ma passione, aspetto che più manca negli ultimi anni. Titì Henry è stato capace di far sognare francesi e non, ragazzi oramai adulti che vedono il calcio dei loro anni sfuggirgli di mano, come un pallone in un campo bagnato.

Dotato di straordinaria eleganza, ha vissuto una carriera fatta di gol e amicizie fra compagni di squadra e non, di rapporti esemplari con i tecnici e di boati che riecheggiano nei vari stadi.

E così smette di regalare sensazioni da brividi l’uomo che baciò l’erba del leggendario Highbury il 7 maggio del 2006, anno del suo abbattimento. Il francese segna la sua tripletta personale e al suo terzo gol, su rigore, si inginocchia e bacia l’erba del leggendario stadio londinese, pronto a chiudere le porte per sempre. Un segno di rispetto, quasi di amicizia.

Lascia il calcio “Monsieur Henry”, protagonista di una di quelle storie da raccontare alle generazioni future,  non solo con dati e statistiche alla mano ma con i ricordi e le immagini di chi ha vissuto nell’epoca di Titì, del leggendario francese.

Ci piace ricordarlo così, con un gesto che sottolinea il suo essere superiore a molti altri, il suo essere vero e spontaneo, corretto e puro, come i gol che realizzava e le emozioni che ha suscitato.

Wigan – Arsenal, 2006: Thierry Henry si appresta a battere un calcio di punizione da ben 30 metri. Rincorsa, tiro, gol. L’arbitro fischia, annullando il gol. I tifosi dei Gunners mormorano, si arrabbiano, convinti che una punizione così capita poche volte nella vita, forse non sapevano che le coincidenze, almeno nel caso di Titì  non esistono. Il francese non batte ciglio, prende il pallone e lo sistema nuovamente a 30 metri di distanza. Rincorsa, tiro, gol. Pazzesco. Thierry Henry gira verso l’arbitro: “Is that enough?” (“È abbastanza?”).

 

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