Individualismo infinito

Breve storia culturale del selfie -Seconda e ultima Parte-

E' sempre un esercizio di vanità, per la semplice ragione che esso esiste per essere condiviso con gli altri.

di Il Melo

Breve storia culturale del selfie -Seconda e ultima Parte-

 Fotografando il nostro riflesso

Cosicché passiamo dalla Russia zarista a MySpace, un altro sistema di potere anchilosato ed essenzialmente putrefatto che doveva essere sradicato per lasciare passo al Nuovo Ordine Strutturale, anche conosciuto come Facebook.

Tuttavia, durante la decade degli ‘00 hai iniziato a parlare della “tipica immagine di MySpace”, di solito contenente tuo fratellino, dopo un lampo accecante sullo specchio del bagno.

I primi utenti di Facebook e Flickr, avrebbero in seguito guardato queste auto-foto, offuscate e infantili, con disprezzo infinito, almeno fino al prossimo salto tecnologico rappresentato dai cellulari piuttosto avanzati con fotocamera, abbastanza progrediti per far ruotare l'obiettivo verso se stessi e fermare quell’aberrazione di prima. 

Oggi esiste un qualcosa chiamato Instagram che va a trasformare improvvisamente il selfie in qualcosa di degno.

E’ il 2010: “il selfie” in questo momento è la lingua franca di oggi. 

Alla fine del 2012, la rivista Time include “selfie” nella sua lista di parole dell'anno.

Nel 2013, Samsung rende pubblici i dettagli della sua ultima indagine: circa il 30% delle foto scattate da persone tra i 18 e 24 sono autoritratti.

Nel 2014, quella stessa marca patrocina l'immagine più retwuittata di tutti i tempi: un “selfie” preso, apparentemente, in mezzo ad una gala di premi, con gente famosissima.

Già, la gente famosa ed i selfies, perché?

L’attore James Franco, ha dato una sua risposta in merito nel suo editoriale sul New York Times. Ecco, in sintesi, le sue parole: “Il selfie non conta, ma mostra, di forma rapida e semplice, come ti senti, dove stai, che cosa fai.”

Sempre lui, poi, lo paragonerà col fotoperiodismo ed assicurerà che non è un atto di vanità, sino a che si tratta di una nuova forma di comunicazione tra umani, immersi in una nuova era tecnologica.

Per quale motivo usare le parole, se un'immagine vale molto più di esse? D’accordo, Franco, ma fermiamoci qui un momento e pensiamo alle conseguenze di tutto questo a lungo termine: una possibile svalutazione della parola scritta, chissà, ci porterà ad un futuro dove l’unica cosa importante sarà catturare il nostro stato di coraggio con una foto, invece di cercare di comprendere quello che ci circonda, interiorizzarlo. Non sarebbe davvero salutare.

E, già che siamo sull’argomento, come non dire che un “selfie” è sempre un esercizio di vanità, per la semplice ragione che esso esiste per essere condiviso con gli altri.

Jezebel.com  ha esposto alcuni mesi fa una tesi contraria all'ottimismo di James Franco, affermando che dietro ad ogni auto-ritrattista c'è un'insicurezza latente per la propria immagine ed una necessità di sentirsi rafforzato in forma di like, RT o commento.

Essere testimone di un'altra persona facendosi un “selfie” normalmente è un'attività scomoda: contempliamo il rituale che porta a catturare quel breve momento di perfezione auto imposta e ci domandiamo se, forse, non abbiamo assistito a qualcosa di intimo. Intimo e, contemporaneamente, pubblico a livelli inconcepibili.

Individualismo infinito

Il columnist del New York Times Ross Douthat, ha di recente parlato dell’imminente arrivo di un’ Era dell'Individualismo: “La religione entrerà in declivio, il matrimonio sarà posposto, le ideologie saranno respinte, il patriottismo sarà abbandonato, gli estranei non saranno meritevoli di fiducia. Solo la marijuana, i selfies e Facebook reggeranno”.

Si tratta di una visione del futuro basata su una radicalizzazione di tendenze già presenti nella Generazione Y: in sostanza, una ripiegatura verso l'interno ed un abbandono progressivo delle attività comunitarie, quello che darà come risultato una nuova età dell’oro dell'assenteismo e, pertanto, della post-política.

I selfies saranno, in questo panorama desolante, una delle manifestazioni più ingenue di uno stato di cose molto più importanti, le cui radici, chissà, potrebbero risiedere negli attuali attacchi terroristici e nella corrente recessione economica, frutto di una mentalità che vede nell'altro un potenziale nemico e non capisce le ragioni per costruire insieme un futuro. Perché il futuro che ci hanno promesso è quello che viviamo ora, che produce un miscuglio di rabbia e sconcerto, che si cristallizza in un mucchio di giovani fedeli, solitari ed egocentrici; alcuni di loro decisi ad utilizzare gli attrezzi tecnologici alla loro portata per immergersi nello spazio interno.

Risulta quasi ironico che uno degli scrittori che meglio ha auspicato questo stato di cose non sia ancora vivo per vederlo: David Foster Wallace si è suicidato nel 2008, prima di quella supremazia di selfiesche, senza alcun dubbio, gli avrebbe fatto drizzare i capelli.

Ma la sua grande opera maestra “Lo scherzo infinito”, parla di solitudine, assuefazione come fondamento della società moderna, situazione che non può essere più rilevante in questi momenti. 

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