Congresso di Vienna

Castagnacci apuani e patate prussiane -Seconda e ultima parte-

Di Maria Luigia a Parma un cronista ne rammenta addirittura l’aver preso parte alla navigazione inaugurale del vapore a ruote varato con il suo nome sul fiume Po un dì della primavera

di Piccolo da Chioggia

Castagnacci apuani e patate prussiane -Seconda e ultima parte-

Questo pane nutriente e dolce avrebbe la possibilità di sfamare e soddisfare solo una piccola armata. La castagna non è la segale e la sua coltivazione vuole maggiori cure e regioni di alte colline o di montagna. Non potrà mai quindi essere la vivanda di grandi eserciti come quelli di Napoleone Bonaparte o quelli di Cesare ed Alessandro. E per questo fa sorridere come alla conclusione del congresso di Vienna la preveggenza di Metternich abbia appunto suddiviso quella regione di Alpi Apuane ed Appennino settentrionale in quattro ducati, due dei quali praticamente minuscoli di estensione ed il cui l’esercito era ridotto a qualche brigata di effettivi assai limitati. Il Ducato Parmense che giunge fino in vista delle valli di Luni e Sarzana e quello di Lucca, esteso sui due versanti centrali delle Apuane, Garfagnana e Versilia, per la fine tessitura del fato storico legavano le loro cronache a due donne napoleoniche, la moglie Maria Luigia e la sorella Elisa Baciocchi, quasi a voler ristabilire la connessione fra il castagno, miracolo arboreo per il suo frutto così versatile nel dare nutrimento, e la stirpe che aveva cullato gli avi del MitraVaruna Imperatore. Al Metternich la grande storia non può rimproverare certo la divisione dell’Italia, che era di abbondanti secoli precedente la temperie napoleonica, quanto l’aver separato il Duca di Reichstadt, l’Aiglon, dalla madre e dalla regione in vista delle Alpi dei suoi più lontani avi. Dove nel termine regione si comprendono, il va de soi, anche quei nutrimenti rustici e delicati tratti dalla farina dolce. Le due donne napoleoniche hanno lasciato un bel ricordo di nobile semplicità e quieta eleganza nei rispettivi Ducati. Di Maria Luigia a Parma un cronista ne rammenta addirittura l’aver preso parte alla navigazione inaugurale del vapore a ruote varato con il suo nome sul fiume Po un dì della primavera, era intorno alla fine di marzo credo di ricordare, dell’arcaico 1828. Un gustoso contrappunto al troppo facile classificare solo di reazionaria ed antiquata quella stagione anteriore al 1830. Ho voluto allegare questo stralcio di novità sulle acque della lenta corrente del Po anche per osservare come la moglie bigotta e, pare, adultera, “è buona ma debole” raccontano che abbia detto di lei suo figlio l’Aiglon, per la solita fine tessitura storica, risarcisca in un qualche modo dell’opera non riuscita a Napoleone e della quale l’esule se ne era rammaricato in Sant’Elena: non aver sostenuto minimamente la novità rappresentata dalle navi a vapore.    

  il Duca di Reichstadt

Dei quattro ducati dell’Appennino settentrionale è in quello di Modena il caso del piccolo esercito che si è reso protagonista d’una storia che vale davvero di ripercorrere perché in un certo senso esemplare per lealtà. La Regia e Ducale Brigata Estense nella fatidica primavera del 1859 non cedeva e per quanto non si fosse battuta contro l’armata dei Piemontesi, che dopo le dure vittorie ottenute grazie anche al copioso sangue versato dai Francesi contro gli Imperiali di Vienna calava verso Bologna e le Romagne, di fatto annettendosi senza eccessivi scrupoli di diritto regioni e ducati che incontrava sul suo cammino, sceglieva di seguire con armi e bagagli in perfetto ordine e al completo degli effettivi il proprio sovrano oltre la linea armistiziale, riparando nel Veneto. Alla luce della situazione militare e politica di quel momento, una difesa ad oltranza di Modena non avrebbe causato altro che inutile spargimento di sangue vista l’impossibilità di ottenere aiuto dall’Austria. Ai reali assisi sul trono di Torino e vanitosi oltremodo della propria “legittimità” di successioni onorate dai secoli, anche per questi passi che calpestavano senza riguardi le altrui “legittimità” altrettanto onorevoli pure se non così antiche, la storia successiva impartirà magistrali punizioni e darà un naufragio meschino e disonorevole. La Regia e Ducale Brigata Estense, eseguita la ritirata, stabiliva col tempo stato maggiore e accasermamenti in quel di Cartigliano, sulla via che costeggiando il Brenta conduce dalla Valsugana a Padova. Non molto lontano ed in vista di quei colli Euganei che erano stati la culla della rampante storia della casata Estense, divenuta poi, in un raro e riuscito connubio italo-germanico la casata degli Austria-Este. Ancora una volta il fato storico si tesseva in una trama di raffinate allusioni ideali nel turbine di circostanze gravate da necessità casuali e apparentemente cieche: gli Austria Este tornavano in vista dei colli dei loro avi, i soldati apuani e garfagnini della solida Brigata estense per i quali le castagne e i prodotti derivati erano stati l’alimento della loro infanzia portavano molto plausibilmente nel Veneto di Ateste, l’antica Este del cavaliere Corelio, l’arte del castagnaccio. Non altrimenti mi si spiega la stranissima realtà del fatto che “bole” a Verona, castagnaccio a Padova siano divenuti una vivanda popolare. Non ho delle prove documentali per affermare questo, si dovrebbero compulsare con cura certosina delle moli di cronache locali, ma deduco sulla base di semplici suggestioni dettate anche dalla carta geografica: la Regia e Ducale Brigata Estense per sconfinare in una regione alleata è possibile abbia preso o la via di Mantova o quella del basso Veronese passando per Mirandola prima e poi Ostiglia, culla di Cornelio Nepote. Propendo lievemente per la via di Mantova: se fosse stata quella del Veronese si dovrebbe escludere il fatto non poco importante che nel sobborgo mantovano di Sant’Antonio già era attiva la ferrovia, militare in pratica, che conduce rapidamente a Verona. Rammentiamo sempre che tanto gli scontri del ‘48 in Veneto, sulla strada Vicenza-Venezia, quanto le battaglie del ’59, sui confini segnati dal Mincio, vedono la ferrovia svolgere una funzione logistica per gli eserciti. È chiaro che un esercito anche minimo, e la nostra Regia Ducale aveva i suoi rispettabili 2400 effettivi, lungo il tragitto cerchi di scambiare nelle campagne i propri viveri di conserva con vivande fresche colle popolazioni incontrate lungo la marcia e durante i turni di stazionamento serale. Quale miglior mezzo di scambio per qualche uovo o del salame, se non quello dato dalla farina dolce cui allegare pure i primi semplici trucchi per usarla? È una graziosa coincidenza che corrobora la mia supposizione, il sapere infatti che la preparazione e vendita della “bole” è stata abituale fino agli anni settanta e oltre del trascorso ventesimo secolo nei paesi e nelle cittadine del basso Veronese, che, come si sa, si trovano ad un tiro di schioppo dal Mantovano. Che non sia che delle brave massaie rurali di queste lande abbiano messo in cottura l’impasto suggerito loro nello scambio da qualche recluta apuana dell’esercito modenese e di lì si sia sparso con la capillarità minuta e sicura del popolo l’uso di questa preparazione? Che essendo rudimentale nell’imbandirsi e poi dolce ma non troppo e, certo, nutriente incontra i fattori indispensabili per la diffusione, dato oltretutto che le castagne sono abbondanti sui Lessini. Dal Mantovano e dal contiguo basso Veronese, alzati gli occhi al panorama settentrionale, le cime del Corno D’Aquilio, del Corno Mozzo e la cresta gloriosa del Monte Baldo sembra si possano toccare con una mano quando il tempo porta con sé l’aria cristallina.    

Monte Baldo

Elementi per collegare l’affermarsi definitivo, ovvero popolare, della “bole” veronese e, in quel di Padova, del più coltivato castagnaccio all’arrivo di questi soldati estensi non si arrestano a questo mio succinto e immaginato tragitto di addìo al Ducato, edificato sul genio e la buona sorte di molti secoli di quell’antica schiatta longobarda divenuta magnifica in Ferrara. La cronaca della Regia Ducale Brigata Estense non termina infatti con le giornate del ’59 ma ha un seguito. Stabilitasi in quel di Cartigliano l’armata modenese si segnala agli storici del nostro sorprendente ottocento reazionario per un caso davvero strabiliante: se per gli ufficiali ed i sottufficiali che, si tramanda da molti documenti, erano competenti e capaci si può immaginare non avessero smarrito quel senso della realtà, vigorosissimo nel loro grande maestro Raimondo di Montecuccoli, e vedessero levarsi alle nubi iperboliche della fantasia qualsiasi suggestione di ritorno sull’onda d’una “Restaurazione” legittima nella graziosa Modena, pare che per molti giovani della regione Apuana questo non fosse. Il fatto sorprendente è che la Regia e Ducale Brigata Estense aumentò i suoi effettivi proprio in esilio a Cartigliano. E questi non erano per nulla dei possibili sfaccendati veneti in cerca d’un soldo modesto ma sicuro. Si era piuttosto verificata una strana teoria di espatri dalle contrade apuane di giovani che, sfuggendo ai controlli sempre più capillari dell’autorità piemontese un po’ allarmata dall’inaspettato fenomeno, che gettava un’ombra visibile anche dall’estero su molte favole diplomatiche, passavano il Po al confine fra le province emiliane annesse al Piemonte e l’ultima appendice italiana, quella veneta, dell’Impero d’Austria. Sono stati rintracciati da storici documenti ufficiali e relazioni prefettizie con annessi i facsimili di minacce, intimidazioni ai parenti dei transfughi esercitate dall’autorità piemontese di fronte a questo clamoroso insuccesso. Il Duca di Modena pare abbia scritto a questo proposito un qualcosa come: “se io ero il dittatore spietato che raccontano perché questo attaccamento?” 

Non ci sono ambiguità e sembra proprio di sfiorare il mondo delle favole di un tempo e quindi di ogni tempo: la Regia e Ducale Brigata Estense restava graniticamente fedele al suo Duca anche nella malasorte e continuava ad accogliere le reclute che arrivavano dalle frontiere dal soppresso Ducato. 


La sua fine non sarebbe arrivata se non per un ordine di sciogliersi venuto da Vienna, la capitale male in arnese con le questioni finanziarie e sempre più incerta sul futuro. Si sono conservate delle fotografie e soprattutto una bella cronaca della cerimonia in fine del settembre 1863, era il ventiquattresimo del mese, quando vi fu in Cartigliano lo scioglimento del piccolo esercito. Le immagini mostrano una spianata di fronte ad una villa veneta con la facciata del fabbricato principale in stile neoclassico e le barchesse laterali ad archi. Sulla spianata sono scaglionati in perfetto ordine gli oltre 2400 effettivi della piccola brigata con armi ed equipaggiamenti. Non rammento se addirittura con artiglierie. Di qui si deve passare al racconto della cronaca che vuole che all’arrivo del Duca modenese e della sua consorte e nell’atto finale dello scioglimento con la consegna ad ogni soldato e ad ogni graduato della medaglia in ricordo della esemplare lealtà, moltissimi scoppiarono in pianto e devastando l’ordine delle schiere in righe, si muovevano come in un assalto per andare ad abbracciare il Sovrano al quale pure scendevano le lacrime. Cancellato così, e per sempre, l’ultimo residuo marziale di un’antica e per secoli magnifica signoria italiana subentrarono i meticolosi strascichi della burocrazia austriaca, probabilmente desiderosa da tempo di disfarsi o quantomeno di non trarsi in carico del soldo da dare ai bravi soldati d’un esercito divenuto, nel giuoco europeo di potenze sempre più grandi, inutile e segno d’un mondo che lentamente va a scomparire. Agli effettivi della disciolta Regia e Ducale Brigata Estense vennero prospettate le varie possibilità: il congedo, l’assorbimento in qualche amministrazione civile, un nuovo arruolamento nell’esercito dell’Asburgo, sotto la tutela d’un generale che si sarebbe dato cura di accorpare tutti assieme i volontari estensi in un qualche battaglione senza disperderli entro le più diverse unità e destinazioni. Vari documenti raccontano che una parte consistente di soldati del Ducato modenese tornarono sotto le armi austriache.


Non mi è per nulla impossibile immaginare ora che fra i volontari estensi che avessero scelto il congedo non tutti abbiano ripreso la via del ritorno dove, stanti le nuove che si incrociavano sul confine del Po, si sapeva dell’irritazione delle autorità prefettizie piemontesi riguardo a questi transfughi, trattati sui giornali di rinnegati alla patria. Qualcuno avrà preso la via di Padova, che scende con il Brenta, e nella città studentesca si deve esser inventato un’arte per vivere. Il soldo del congedo poteva bastare a trovare un alloggio e per fondare un commercio, una volta esibita la medaglia della lealtà, l’amministrazione civile cittadina avrebbe dato sicuramente il permesso. Preparare e vendere agli studenti dei gustosi e nutrienti castagnacci è arte che se pure vuole le sue abilità, non è tuttavia irta di difficoltà maggiori che quelle di qualsiasi altra semplice occupazione. Legna, forno, acqua, farina e suppellettili, un banchetto alle fiere o un piccolo lindo locale sotto i portici della città veneta bastano. Che sia successo così in qualche caso? Lo si potrà sapere solo scorrendo tutte e tutte le cronache padovane e anche veronesi, ma il panorama di fantasia qui tracciato a grandi linee non è certo inverosimile. Ai puristi dell’indagine storica e a me stesso, credo di poter anche chiarire come mai ho nominato solo Verona e Padova quali città del castagnaccio in Veneto: ammesso fra i rapporti di causa che hanno definitivamente radicato nella regione la preparazione della “bole” questo sostare di quattro anni e poi lo sciogliersi dell’armata estense la cui ossatura era costituita di soldati dei due versanti dell’Appennino ricco di castagni ecco che Verona e Padova non possono che sembrare una meta, la prima e la più probabile ai congedati del piccolo esercito: Verona era il primo baluardo italiano dell’Impero austriaco, ed era una città dove in pratica ogni attività economica riceveva impulso dalla presenza della numerosissima guarnigione. Estraneo a qualsiasi moto quarantottardo, il popolo della città scaligera non avrebbe fatto punto caso a dei fedelissimi del Duca modenese né avrebbe reso loro complicata la vita. Vicenza, pure la più prossima delle città venete a Cartigliano aveva al contrario troppi ricordi dei duri scontri del ’48 avvenuti intorno l’altura di Monte Berico. Il sapere di forestieri che erano stati patrioti in un verso opposto e per giunta da italiani della più bell’acqua avrebbe di sicuro urtato certe suscettibilità. Pel caso di Padova si può rileggere con diletto l’impareggiabile pagina di avvertimento che lo Stendhal premette alla sua Certosa di Parma: a Padova, fortunata città,” godersi la vita è la prima e maggior occupazione e non lascia tempo a sdegnarsi di vicinanze fastidiose”. Scritte nel 1839 queste parole hanno sostanziale conferma nemmeno dieci anni dopo, nel ’48, quando il buon popolo patavino, riposato e pago dei propri antichi lauri trionfali del tempo della fatidica “obsidione” del 1509, deludeva non poco studenti e professori dell’Università che ambivano ad una insurrezione contro l’Asburgo e non si muoveva. Era quindi possibile in buon grado per il solitario soldato estense in onorato congedo confondersi con lo scettico e allegro popolo di questa accogliente città e fondare un piccolo commercio di castagnacci. In quella fine del 1863 restavano ormai solo due anni e pochi mesi ancora al dominio austriaco: con l’ottobre del 1866 anche Padova e Verona avrebbero dato l’addio per sempre a Vienna.  


Poscritto

Per vie alquanto traverse ho trovato un volumetto sull’arte del secondo ottocento nel Deutsches Reich e in esso vi era nominato il pittore Robert Warthemüller distintosi appunto in quadri di genere storico. Del 1886 è il suo omaggio al grande Federico che ispeziona le coltivazioni di patate di cui si è scritto in un precedente capitolo. 

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