La lettura di Massimo Donà

Caravaggio e l’Angelo musicante

Dire immediatezza è dire istante, una dimensione di cui la determinatezza serba memoria in quanto la temporalità si dà nell’apparire del non-essere-più del passato e del non-esser-ancora del futuro: nel presente

di Giovanni Sessa

Caravaggio e l’Angelo musicante

Massimo Donà, nei volumi più recenti, sta portando a conclusione, con coerenza e organicità, un percorso speculativo lungo il quale si è posto da qualche decennio. L’opera che qui ci accingiamo a presentare e a discutere brevemente, lo dimostra al di là di qualsiasi dubbio. In essa, infatti, il filosofo veneziano applica le acquisizioni teoretiche cui è pervenuto, all’ambito dell’arte, decretandone così, in termini definitivi, la potenza speculativa. Si tratta de L’angelo musicante, nelle librerie per l’editrice Mimesis (per ordini: 02/248616657; euro 4,90). Nel volume l’autore affronta l’esegesi dell’opera di Michelangelo Merisi, detto “il Caravaggio”.

   Donà, fin dall’incipit del libro, rileva il carattere musicale eritmico della produzione del grande pittore, sottolineando come ne Il suonatore di liuto del 1596, il primo piano appaia realizzato con molta cura, mentre il resto della rappresentazione sia appositamente lasciato nel vago. L’intenzione esplicita di Caravaggio è quella di rendere percepibile nel dipinto, da un lato l’assenza dello spazio e, dall’altro, l’inafferrabilità del tempo, espressa dalla caducità dei frutti posti sulla tavola, la cui natura transeunte contrasta con l’idea di vita eterna evocata dall’arte del suonatore di liuto. La musica concede infatti, ricorda Donà, al tempo: “…un’altra possibile forma di esperibilità; non più evocante il destino di morte…ma capace di farci comprendere che l’eterno non sta affatto in un improbabile al di là del tempo” (pp. 19-20).  L’artista presenta i personaggi dei suoi quadri come emergenti da un’oscura origine, essi si presentano sulla scena pittorica quasi gettati, proiettati dal ni-ente, dagli sfondi scuri delle tele. Nella Conversione di San Paolola cosa è immediatamente esplicita: infatti, per l’osservatore risulta impossibile capire dove ci si trovi, in quale dato luogo venga posta la scena paolina. Il protagonista del dipinto è illuminato, come in altre tele caravaggesche, da una luminosità senza una fonte di provenienza definita e individuabile, che la rende, la cosa è stata fatto notare da Arhneim, artificiale e quasi annunciante la luminosità fotografica del primo piano.

   L’espediente tecnico ha un ruolo fondamentale, Caravaggio non è interessato al “reale” modo d’essere delle cose, alla loro cosalità fenomenica, non è un “naturalista”, il suo sforzo poietico vuole condurre all’essere il non-essere, immette nella rappresentazione lo sfondo irrappresentabile. Vero  soggetto della pittura del Merisi è il principio divino di tutto, la potenza negativa in grado di trasfigurare qualsivoglia significato. La sua costruzione dell’immagine riesce ad essere, per questo, icona del nulla, così come nelle corde del filosofo che più di ogni altro ha agito propositivamente su Donà, il veneto Andrea Emo. Tale principio lo si esperisce quando incontriamo le incongruenze della realtà, le sue dissonanze. Nel percorso esistenziale di ognuno di noi la cosa non è rara, anzi! Il principio ci parla, si esprime nei ritmi, nella medesima persuasività che connata di sé la musica.  Come esecutori o in qualità di semplici fruitori tutti noi abbiamo fatto esperienza del valore persuasivo del suono, che si dà  oltre ogni esibizione di ragioni, oltre ogni con-vincimento, nel mostrarsi in esso dell’immediato. Lo spazio, invece, è il distinguersi dei distinti, il loro rendersi vicendevolmente indifferenti, è esistenza determinata, negarsi reciproco. In tale specifica prospettiva lo spazio pre-suppone la temporalità. Con Hegel, rileva Donà: “…il tempo non dice che il prender luogo dei distinti” (p. 31), pertanto: “…l’immediatezza del suono vive sempre e solamente come perfetta espressione dell’immediatezza del tempo” (p. 35).

    Dire immediatezza è dire istante, una dimensione di cui la determinatezza serba memoria in quanto la temporalità si dà nell’apparire del non-essere-più del passato e del non-esser-ancora del futuro: nel presente. Quindi, suo tratto connotante e paradossale è la non durata, grazie alla quale conduce all’essere il non essere. Presente-poietes e, pertanto, non-consistente, evenire dell’arché-caos, evocazione di una mancanza, esserci di un non-essente che si dà nell’ora della presenza. E’ l’ altro nella cosa stessa, non posto contro/oltrel’ente. Caravaggio lo rappresenta facendo buio attorno alla figurazione, alla cosa illuminata non si sa bene da chi e da dove, probabilmente da se stessa. O, per dirla con l’artista irlandese Bacon, come suggerisce Donà, l’immagine è racchiusa-illuminata dalla schiuma dell’inconscio. Questa constatazione permette all’autore di rilevare come, in Caravaggio, la figura umana sia cosa di natura tra cose di natura. Nella sua pittura riemerge quella idea di physis, Tutte-Cose, che all’intelligenza filosofica italiana propose, in una monografia troppo presto dimenticata e dedicata a Parmenide, Mario Untersteiner. Questi ebbe l’ardire di leggere l’ontologia eleatica al di là dei confini rigidi segnati dalla logica identitaria, scoprendo la dignità degli enti, anche di quelli vegetali, animali, come nel pittore del Cinquecento. Quindi:“…il fenomenico in Caravaggio, non indica mai il reale, il vero, ma la vera identità, quella che nell’esperienza quotidiana, di fatto, sempre si distingue” (p. 48).

    Esattamente come avviene in musica, nella quale canta l’immediato, testimoniando la sua originaria ingiustificabilità. La musica svolge un ruolo centrale in altri capolavori del Merisi. Innanzitutto, in Riposo durante la fuga in Egitto (1595). L’Angelo che suona il violino è qui posto al centro della rappresentazione e la sua esecuzione è, al medesimo tempo, spartiacque che divide maschile e femminile (Giuseppe e Maria), azione e contemplazione, artificialità e naturalità (cristianesimo e paganesimo), e “legame originario” tra gli stessi. Le realtà opposte dicono, insomma, un medesimo esistente, una stessa arché,percepibile” oltre lo sguardo del logos dicotomico, in una poiesi timbrica e ritmica. La musica e la pittura di Caravaggio, sono capaci di smuovere le cose dalla loro visibile determinatezza, rivelando la loro unità, senza che essa sia esperita come un Altro. “Si pongono all’ascolto” nella presenza della dimensione ritmico-vibrazionale, la fanno risuonare, come nel mondo antico aveva ben compreso la scuola pitagorica e ai nostri contemporanei ha ricordato, praticamente inascoltato, l’etnomusicologo Marius Schneider.

    La rappresentazione dell’Angelo in Caravaggio, ma non solo, è simbolicamente assai rilevante. Il volto lievemente rivolto a sinistra, testimonia la certezza che lo sguardo frontale avrebbe reso inane il miracolo dell’unità dei distinti. Non secondario è il particolare delle vesti angeliche. Caravaggio, in sintonia con Gregorio di Nazianzo, dipinge gli Angeli vestiti di bianco, colore per antonomasia dell’indistinzione originaria, tematizzata in mistiche bianche da tanta arte estremae rituale contemporanea. Il bianco rinvia allo zero metafisico, al “cuore dell’Universo” dal quale, secondo Clemente d’Alessandria, si dipartono le sei dimensioni del tempo e dello spazio, più la settima quella del ritorno in sinu Patris. A proposito del dorso degli Angeli, ricorda l’autore con Dionigi Areopagita che: “…rivela la forza contenente tutte quante le potenze generatrici” (p. 63). La nudità, infine, di questi intermediari, anche in Caravaggio, dice della loro natura libera, della possibilità di ascesa rappresentata dalle ali, della loro lievità aurale, capace di : “…aprire una breccia verso quella che vorremmo definire un’esperienza davvero assoluta dell’assoluto” (p. 67).

   Per concludere, questo libro di Massimo Donà rivela al lettore come il tempo sia il luogo della verità. Sulla scorta della medesima intuizione Andrea Emo sostenne che: “L’eternità si può amare  solo sotto forma di presenza”. E’ quello che nelle sue pitture ha cercato di dirci un pittore della grandezza di Caravaggio. Qualcuno si porrà all’ascolto della sua visibile-sonorità?

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