Senz’Arte né parte

L’arte tra eterno e contemporaneo

In questa tesi si manifesta il portato classico-platonico dello scritto di Frau: fu Platone, infatti, a distinguere con chiarezza l’eikon da l’eidolon

di Giovanni Sessa

L’arte tra eterno e contemporaneo

La copertina del libro

Di fronte allo sfascio contemporaneo, politico e culturale al medesimo tempo, non si può che imprecare alla mestizia dei tempi. L’imprecare è però ben poca cosa, è esercizio vano, se non si ha cognizione di causa delle ragioni che hanno prodotto lo stato presente delle cose. Il sapere è, inoltre,   sempre latore di speranza, di attesa di un Nuovo Inizio. Molti tendono oggi alla lamentazione nell’ambito intellettuale, pochi sono in grado di riaccendere speranze. Tra questi ultimi certamente dobbiamo annoverare l’illustratore, pittore e molte altre cose ancora, Dalmazio Frau che nella sua ultima fatica, Senz’Arte né parteedita da Simmetria editrice di Roma (per ordini:06/83798683; ordini@arborsapientiae.com), ha raccolto diciotto suoi scritti sull’Arte, il Bello e la Bellezza.

   In essi fondamentalmente, attraverso l’esercizio di una paideiatradizionale, ci invita, per poter tornare a sperare, a recuperare la Cultura in senso alto, quella che ancora dà mostra di sé, nonostante gli scempi perpetrati negli ultimi decenni, nel paesaggio italiano, nelle antiche piazze delle nostre città e dei nostri borghi, nella scultura e nella pittura di passate età. Il testo, infatti, è attraversato da una profonda dicotomia, quella che contrappone, come recita il titolo di uno dei capitoli, Eterno a contemporaneo, e mira con affabulatorio e sagace uso della lingua, a coinvolgere il lettore in un percorso di ris-coperta dell’Arte e dei suoi significati. Dapprima, ci conduce a visitare le rumorose botteghe d’Arte dove, a fianco ai Maestri, per secoli, i discepoli hanno appreso le “regole” necessarie a corrispondere tecnicamente agli Archetipi, modelli di quel mundus imaginalis di cui nel nostro tempo è stato insuperato latore Henry Corbin. Inutile dire che, dati questi presupposti, il bersaglio polemico principale degli scritti è rintracciabile nella dimensione dell’Informale, trionfante in tante correnti dell’Arte contemporanea che, come dire, anziché avere la propria vocazione in Alto, nel Bello quale Principio (si veda allo scopo il capitolo Cos’è il Bello), la ha in basso, nella dimensione semplicemente empirica e riproduttivo-mimetica.

     In questa tesi si manifesta il portato classico-platonico dello scritto di Frau: fu Platone, infatti, a distinguere con chiarezza l’eikon da l’eidolon. Il primo è immagine vera, e in quanto tale trasposizione dell’essenza della Verità, il secondo è figurazione ingannevole, limitata, simulacro e rinvia alla sola apparenza sensibile. L’eikon richiama una comunanza che non è dell’evidenza, ma rimanda alla dimensione analogica, unitiva e sim-bolica. Invia l’artifex e il fruitore a una similitudine nascosta tra elementi eterogenei nel suo significare e alludere. E’ “porta regale”, finestra sull’invisibile, nel senso di Florenskij, ritratto dell’inconoscibile.

   Per questa ragione Frau è diffidente nei confronti dell’arte contemporanea che si vuole fondata sul solo estro dell’individuo, come esemplificato nel capitolo I pastelli di Ciambue, in cui egli sottolinea il ruolo fondamentale avuto dal Maestro Cimabue nella formare, nel consolidare e nell’orientare il talento di Giotto. Per la stessa ragione, l’autore in altro capitolo, critica la cosiddetta Arte Terapia. Questa gli pare semplicemente registrativa degli impulsi inconsci che la rendono espressione di telluricità, incapace, in quanto tale, di aprire alla trascendenzaq. E’ sicuramente vero che nella sua declinazione più consueta l’Arte Terapia è vincolata alla psicanalisi e ai suoi indubbi limiti. Ma Hillman ci ha insegnato che gli dei, dopo la loro fuga dal mondo, trovarono ricovero non solo nelle psicopatologie, ma anche nell’Arte, nella Parola, capace, in quanto originale, di cor-rispondere all’Origine.

    Il libro, in questione, pertanto, pone il lettore a confronto con tematiche assai significative che, lo spazio di una breve scheda, non consente di approfondire pienamente. Il senso del volume è ben sintetizzato da un aforisma di Jünger: “Il mondo diventa sempre più brutto e si riempie di musei”. A pagamento, naturalmente, come richiede l’etica dei mercanti. Per questo le pagine di Frau sono intellettualmente ristoratrici. Dati i tempi, non è cosa da poco.

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