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Editoriale

Addio a Claudio Quarantotto, maestro di giornalismo della giovane destra

Fu al Borghese di Mario Tedeschi e Gianna Preda, appassionato di cinema ci trasmise la lezione della modernità oltre Hollywood

Giuseppe del Ninno

di Giuseppe del Ninno

i Claudio Quarantotto parlavo giorni fa con l’amico Gennaro Malgieri, in occasione della presentazione di un suo libro.

Gli chiedevo se ne avesse notizie recenti, forse perché ne avevo nostalgia, non disgiunta da un pizzico di senso di colpa, per non aver cercato di infrangere il suo riserbo, di forzare il suo desiderio di ritrarsi dal mondo della cultura di destra, di cui pure era stato un protagonista.

La nostalgia è un sentimento bistrattato, specie quando lo si associa alla politica, e invece è per me una sorta di “zapping” della memoria, un modo per rinsaldare la propria identità e storia personale, un esercizio benefico per la mente e per il cuore.

Stamattina ho appreso che Claudio se ne è andato ieri, stroncato da un male incurabile, lo stesso, probabilmente, che ci aveva strappato, più di vent’anni fa, il comune amico Luciano Cirri; se n’è andato nella sua casa umbra di Cecanippi – il suo “buen retiro” – a poca distanza di tempo da Romano F. Cattaneo, un altro pilastro discreto e riservato di quel “Borghese” che fu una fucina di talenti e un punto d’incontro dei grandi della cultura di destra.

Cirri e Quarantotto sono stati i miei maestri di giornalismo, e non solo: da Luciano ho imparato uno stile di scrittura meno pesante e non alieno da punte di ironia, come pure l’importanza dell’”attacco” e una costante ricerca dell’originalità nella scelta dei temi (almeno spero!); Claudio invece ha fornito la giusta disciplina ai miei spiriti onnivori, connaturati con la giovane età, quando si è affamati di cultura (s’intende: quelli che, come me, erano e sono interessati alla materia).

Ricordo una volta che gli proposi una recensione di non so più quale romanzo di Hermann Hesse e rimasi interdetto alla sua risposta: ”Perché mai lei che ha studiato Guénon vuole leggere Hesse?”.

Dimenticavo: mentre con Luciano, ovviamente su suo invito, ci si dava del tu fin dal primo momento, con Claudio ho dovuto superare un certo apprendistato, prima di scambiarcelo quel tu; un apprendistato che era cominciato sulle colonne del “Conciliatore” di Piero Capello, dove Romano F. Cattaneo (mi raccomando la “F”!) mi faceva da Pigmalione telefonico, da Milano, imbeccandomi sui primi rudimenti tipografici, dopo avermi indicato un settore dove specializzarmi, senza “pestare i piedi” a nessuno dei collaboratori più anziani e importanti di me.

Parlavo di nostalgia: come potrebbe esserne immune chi, come me, fin dai suoi primi passi nella pubblicistica, si è ritrovato nel mondo della destra come in una comunità variegata, ma capace di unità nei momenti decisivi? Certo, sulla piazza romana erano almeno tre le realtà principali, tre distinti – e a volte confliggenti – punti di aggregazione, costituiti appunto dal “Borghese”, con il suo settimanale da decine di migliaia di copie, con il suo mensile di cultura, (il già citato “Conciliatore”), con la sua casa editrice e, successivamente, con “La destra”, una testata alla quale collaborarono i più influenti intellettuali di area del mondo; dalla Casa Editrice dell’ingegner Giovanni Volpe, figlio del grande storico Gioacchino,  fondatore dell’omonima Fondazione e del mensile “La Torre”, nonché di “Intervento”, altra prestigiosa rivista di cultura, ricca delle firme più importanti di quella stessa galassia; dal Centro Culturale “Ordine Nuovo”, diretto da Pino Rauti e forte di riviste e di iniziative editoriali capaci di orientare generazioni di giovani (Presenza e Linea, su tutte).

Nelle stanze della redazione del Borghese, in largo Toniolo prima, in piazza Rondanini poi, mi aggiravo in punta di piedi, quasi intimorito dalla presenza del Direttore Mario Tedeschi e di Gianna Preda, la polemista più temuta dal mondo politico di allora.

Con Luciano e Claudio, al contrario, ben presto era nata un’amicizia che, da parte mia, era fatta soprattutto di ammirazione e di stima. Mi piaceva anche la complicità che c’era fra i due, come quando, mi raccontarono, Luciano rimase con l’auto in “panne”, in occasione di una delle sue “avventurette”, e svegliò l’amico nottetempo, per farsi venire a prendere e costruirsi un alibi…

Claudio poi era stato per me anche un maestro, in materia di cinema e, più in generale, di comunicazione: come ha ricordato Gianfranco De Turris nel ricordo scritto per “Il Tempo”, Quarantotto era stato il primo, nel dopoguerra, a interessarsi di cinema a destra; a lui devo, per esempio, la capacità di “leggere” in profondità un film, come quando mi spiegò perché dovevamo considerare appartenente al nostro mondo, alla nostra cultura, un regista come Fellini; e a lui devo se i miei interessi culturali spesso si sono appuntati nella direzione della cultura cinematografica e, in generale, dello spettacolo e dei “media”.

Spero, almeno in questo, di non averlo deluso, come invece di sicuro ho fatto nel campo degli studi storici; Claudio infatti aveva molto apprezzato il mio libretto sul “controrisorgimento”, pubblicato da Volpe nella collana “L’Architrave”; al punto che, una volta che ci incontrammo con le rispettive famiglie in spiaggia, a Ostia, rispose a una mia domanda, accendendo il sorriso con quegli occhietti spiritati: ”Ma che diavolo, devono essere quelli come te i nuovi storici!”. Ma quella prima prova, per me, non doveva avere seguito…

Nostalgia. Un flusso di ricordi lancinanti che scoprono un vuoto, l’assenza di amici, fratelli maggiori, maestri scomparsi dal nostro mondo: Enzo Erra, Giano Accame, Giorgio Locchi, Giovanni Volpe, Sigfrido Bartolini, Fausto Gianfranceschi, Pino Rauti, Luciano Cirri e ora Claudio Quarantotto. Dunque, grazie, Claudio, riposa in pace e perdonaci, perdonateci tu e gli altri che ti hanno preceduto: se la destra oggi è esplosa, la destra costruita con coraggio, abnegazione, intelligenza, tenacia da ciascuno dei personaggi che ho citato e da tanti altri che non ho avuto la ventura di frequentare, la colpa è anche nostra, di noi che avremmo dovuto rilevare quel testimone e che, ciascuno con la sua storia e con i suoi limiti, proprio quel testimone non siamo riusciti a portare avanti, per consegnarlo alla generazione dei nostri figli.

                                                                                                            

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    3 commenti per questo articolo

  • Inserito da Fabrizio Spinella il 18/04/2014 14:59:44

    Era figlio del prefetto Paolo Quarantotto, che tra l’altro fu mandato a riordinare la Federazione dei Fasci di Reggio Calabria nel 1941-1942 e durante la RSI fu prefetto ad Asti. Claudio fu interlocutore di Prezzolini alla redazione del Borghese, curando i suoi articoli e accogliendo i suoi suggerimenti per la pubblicazione di autori stranieri nelle Edizioni del Borghese. Dopo il fallimento della società editoriale di Mario Tedeschi nel 1978, continuò a collaborare al ridimensionato settimanale Il Borghese come critico di cinema con lo pseudonimo di Giusto Orsera.

  • Inserito da piccolo da Chioggia il 17/04/2014 20:45:24

    a Giuseppe Del Ninno: ci può raccontare in un prossimo articolo di come Quarantotto gli ha spiegato che Fellini appertiene alla nostra cultura? io del cinema me ne disinteresso perchè preferisco le passeggiate in campagna o sul canale alle sale chiuse però dopo aver visto gli scarabocchi del Riminese vorrei proprio saperne di più. che il regista con le sue opere non sia troppo accondiscendente con le vulgate depressive in auge e usi l'ironia con un taglio pericolosissimo proprio per dette vulgate è evidente. ma la mia è l'intuizione da scarabocchiatore che vede ma non afferra ancòra l'àncora filosofica del motivo. ripeto: è evidente. Fellini mi pare avesse in casa un dipinto di Evola. De Turris ce lo conferma? non si tengono dipinti di Evola senza una sottintesa simpatia...dopo la chiusura del sipario ottocentesco, l'opera d'arte intesa come vaga oggettività distaccata dall'artiere muore del tutto e rinasce solo in virtù del carattere del suo Autore. Gomez Davila in una sua sentenza disegna nitidissimamente quel che io sto miseramente cercando d'esprimere: più di quel che lo scrittore dice ci importi quel che lui è. applichiamo questa sentenza anche alle altre arti e si chiarisce ciò che intendo.

  • Inserito da ghorio il 17/04/2014 19:16:09

    Ho sempre ammirato Claudio Quarantotto per i suoi scritti su" Il Borghese", quando da ragazzo mi sono avvicinato alla lettura di questo grande settimanale. Ho appreso, con tanta tristezza della sua morte leggendo questo editoriale di Giuseppe del Ninno. Prprio recentemente mi domandavo perché la firma di Qyanantotto non figurasse sui giornali di area, essendo stato una colonna de"Il Borghese", direttore del mensile "La Destra", critico cinematografico de"Il Giornale d'Italia" , collaboratore de "Il Tempo", curatore de 2L'Ideario di Giuseppe Prezzolini e autore dell'Intervista sulla destra prporio al grande Prezzolini. Me lo ricordo anche collaboratore de "L'Italia Settimanale" di Veneziani. MI pare anche dello stesso "Il settimanale" , edito a suo tempo da Rusconi e poi passato via , via ad altra gestione Tra l'altro conservo gelosamente un suo libro "Dizionario del nuovo italiano", edito da Newton Compton Quarantotto, che tra l'altro era del 1936 mi ha fatto amare il cinema con le sue recensioni e spesso mi sono domandato perché la sua firma non appariva più. Evidentemente c'erano ragioni di salute, anche se a destra, lo commento spesso anche se non sono un militante, ci sono troppo dimenticanze sulle grandi firme di giornalisti e saggisti. Gli sia lieve la terra!

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