Un problema centrale del nostro tempo

La politica tra decisione e amministrazione

​L’ultimo libro del giurista Teodoro Klitsche de la Grange merita davvero di essere analizzato e discusso. E’ un’opera, infatti, che ci pone al centro di una delle problematiche politologiche più significative del nostro tempo...

di Giovanni Sessa

La politica tra decisione e amministrazione

La copertina del libro

L’ultimo libro del giurista Teodoro Klitsche de la Grange merita davvero di essere analizzato e discusso. E’ un’opera, infatti, che ci pone al centro di una delle problematiche politologiche più significative del nostro tempo e apre ampi spazi di discussione teorica suggerendo, tra le righe,  sue possibili soluzioni. Si tratta del volume Funzionarismo nelle librerie per i tipi di Liberilibri (per ordini: ama@liberilibri.it  0733/231989, euro 15,00). Questo lavoro, che porta a conclusione le riflessioni filosofico-giuridiche dell’autore, direttore della rivista trimestrale “Behemoth”, è stato occasionato da una constatazione erudita: la sparizione dal vocabolario e dal lessico tecnico- politico contemporaneo del termine “funzionarismo”. Il fatto non poteva sfuggire al gusto acuto per la ricerca curiosa che connota la formazione di de la Grange, il quale, prontamente, si è interrogato sulle ragioni della caduta in disuso dell’espressione su menzionata.

    Si sa che in politica il linguaggio svolge un ruolo fondamentale per giustificare l’esercizio del potere.  Non è casuale che la parola in questione, almeno fino al termine del secolo XIX e l’inizio del XX, abbia avuto una circolazione assai ampia negli scritti specialistici di Salandra, Gramsci, Fortunato, Sturzo, solo per citare qualche nome tra i tanti.

    L’attualità ineludibile di questo libro, sta nell’aver colto che la rimozione del termine “funzionarismo” è un tentativo di elusione, di depistaggio. Infatti, oggi che la burocrazia amministrativa esercita un ruolo eccedente, rispetto a quello che le è stato assegnato dalla teoria politica, in pochi hanno discusso in modo diretto i problemi e le prospettive che ciò comporta. Probabilmente, tale situazione è chiarita da quello che, a nostro avviso, è lo snodo centrale del volume. In esso, l’autore sposa l’esegesi dello Stato moderno di Del Noce. Il filosofo cattolico aveva perfettamente compreso come, nel nostro tempo, l’eclissi dell’autorità non coincida affatto con l’avvento di una liberazione politica, in quanto: “…fin dalla sua nascita lo Stato moderno ha progressivamente perso d’autorità” (p. 57) ma, di converso, ha visto dilatarsi il proprio potere. Ciò è accaduto in forza del progressivo processo di surrogazione dell’autorità politica statuale, da parte degli apparati amministrativi. Già Salandra aveva sottolineato che il sorgere dello Stato moderno implica  il dilatarsi delle funzioni burocratiche. La sua intuizione storica fu ampliata da Fortunato. Questi rilevò il tratto vocazionalmente parassitario della burocrazia, fondato su un’idea della prassi amministrativa quale “macchina” atta a perpetuare l’esclusivo interesse dei conducenti. De la Grange, inoltre, ricorda al lettore come Gramsci ritenesse il funzionarismo l’antitesi dello spirito rivoluzionario e come il pensiero autenticamente liberale abbia in sé una forte connotazione antiburocratica. Weber definì l’organizzazione burocratica “spirito rappreso”, creatore di una struttura inanimata, pensata con il carattere dell’indistruttibilità. Non diversamente, Marx contrastò le posizioni hegeliane in merito al ruolo della burocrazia, sostenendo che essa si pretende fine ultimo dello Stato,  riducendo così la dimensione politica a puro formalismo.

     In questa carrellata di opinioni, presentata e discussa dall’autore,  non poteva mancare il riferimento agli studiosi della Scuola di Public Choice. In tale prospettiva di analisi, il burocrate, proprio come il politico: “…misura la propria capacità di incidenza e la propria rilevanza sociale attraverso il potere che esercita” (p. 27). Esso è presente secondo opposte modalità nello Stato assoluto e in quello rappresentativo. Nel primo, la burocrazia era soggetta ad un potere che racchiudeva in sé il momento legislativo e quello esecutivo, nel secondo ha due controllori, la legge e il potere governativo. Mentre l’unicità del potere favorisce l’unità e la coerenza interna dell’organizzazione amministrativa, la divisione del potere induce la poliarchia, la dispersione della volontà generale, della decisione. Stando alla lezione di Hauriou il regime parlamentare ha sostituito l’aristocrazia di nascita con un’aristocrazia di istituzione, con un nuovo potere oligarchico centrato su un sapere specialistico. Il potere burocratico è stato, nel suo sviluppo temporale, rafforzato dal fattore durata. Infatti, le cariche politiche sono depotenziate dal loro essere temporanee. Allo scopo, de la Grange ci ricorda che i ministri passano, mentre i direttori generali restano al loro posto.

    Più in particolare, dal punto di vista  storico-teorico: “…il positivismo giuridico classico è l’ideologia del potere monarchico imborghesito del XIX secolo, il normativismo può essere considerato l’ideologia giuridica dei ceti dei funzionari…dell’epoca della liberaldemocrazia matura…estenuata e decadente” (p.85). L’affermazione ci pare corrispondere a verità, in quanto la riduzione del rapporto giuridico a quello tra uomo e norma è il percorso principe che induce la negazione della sovranità: “Senza un sovrano concreto e personale l’aiutantato (l’espressione è di Miglio) gode di un potere superiore, dato dall’interpretazione e applicazione della legge impersonale”(p. 87). Per tale ragione, il normativismo è l’ideologia della rivincita dei poteri serventi (burocrazia, amministrazione), nei confronti del potere sovrano che, nelle democrazie parlamentari è esercitato dal popolo. Problema quanto mai sentito, in particolare in Italia, dove la lettura eticizzante della Costituzione esige, tra le altre cose, la difesa a senso unico dell’indipendenza della magistratura, limitando le responsabilità dello Stato, e dei suoi funzionari, nei confronti di eventuali danneggiati.   

    Quindi, conclude l’autore, mentre il “funzionarismo”  ha subito la damnatio memoriae, anche nel secondo dopoguerra la sua marcia trionfale è proseguita ininterrotta. Il funzionarismo è una patologia del burocratismo, è: “...una burocrazia che non si riconosce più come potere servente, ma (si pone) in grado di soppiantare quello sovrano” (p. 117). Essa è incapace di sintesipolitica, semmai, come colse Weber, il suo dilatarsi è il segno di un cambiamento profondo, quello che ha gradualmente trasformato lo Stato di diritto nell’esercizio di un potere meramente razionale, “amministrativo” appunto. Nel senso compiutamente rilevato da Saint-Simon, quando parlò della “amministrazione delle cose” capace di sostituire il governo degli uomini: una politica che ha perso l’anima e che oggi si va definitivamente spegnendo negli apparti della governance. Alla luce del liberalismo realista, humus della sua cultura di riferimento, de la Grange ricorda che il problema con il quale è necessario confrontarsi sta nell’individuazione di modalità di controllo e di limitazione del funzionarismo, che è, al medesimo tempo, causa ed effetto della decadenza.

    Al fine di ridare autonomia e primato al politico, i tempi chiedono una risposta teoricamente forte. Il politico deve almenotornare ad essere pensato come il luogo della decisione. Il libro che abbiamo sinteticamente presentato è in merito, occasione stimolante rispetto alla quale non si può rimanere intellettualmente indifferenti.

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