Rileggere un classico

La favola assurda di un destino crudele

Cronaca di una morte annunciata di Marquez ha ancora un'inquietante attualità

di Maria Cerasi

La favola assurda di un destino crudele

Cronaca di una morte annunciata è il tragico spettacolo messo in scena dal Destino, artefice e spettatore divertito della drammatica condizione umana. L’architetto di quest’opera è Gabriel Garcia Márquez, scrittore e giornalista colombiano che orienta tutta la sua produzione letteraria verso rappresentazioni della vita quotidiana del suo continente mediante la combinazione di elementi fantastici e realistici.

Un mix vincente, da premio Nobel (conferitogli nel 1982), che ritroviamo anche in questo breve romanzo pubblicato nel 1981 e uscito in Italia l’anno successivo per conto della Mondadori, con un’attenta e rispettosa traduzione del celebre ispanista Dario Puccini.

 Il libro riscuote un grande successo, tanto che in Italia viene portato sul grande schermo da Francesco Rosi nel film omonimo del 1987, con un cast che vede come protagonistiAnthony Delon nei panni del personaggio principale, l’affascinante Rupert Everett e una giovanissima Ornella Muti; viene apprezzato dal pubblico, ma non riesce a riprodurre pienamente quei giochi beffardi di equivoci e fatalità del romanzo e si trasforma pertanto in un vero e proprio melodramma.

Pur nella sua brevità, questo libro rappresenta uno dei vertici della narrativa dello scrittore poiché riesce a trovare il punto di equilibrio tra la realtà e la fantasia. Il libro nasce infatti da un episodio reale, ovverosia da un omicidio annunciato su cui Márquez decide di far luce intervistando, trent’anni dopo l’assassinio, i testimoni dell’accaduto; è un resoconto a più voci nel quale ognuno racconta la storia dal proprio punto di vista e, ricomponendo i vari pezzi del puzzle, si ottiene una ricostruzione accurata delle ultime ore di vita del giovane. 

Da qui sorge dunque un romanzo magistrale, che si mescola alla magia dell’assurdo, rintracciabile in diversi momenti della narrazione nel romanzo. Uno di questi è rappresentato da un foglietto infilato sotto la porta di casa di Santiago Nasar che ne annuncia la morte per mano dei fratelli Vicario. Nessuno lo vede, nemmeno la vittima che esce di casa passando da quella porta, eppure è lì che freme per l’ansia di essere letto. Quel biglietto verrà scoperto solo molto tempo dopo la consumazione del delitto, ma di certo non avrebbe cambiato la sorte di Santiago Nasar, perché quando il Destino scrive una storia, difficilmente ci si arrischia a cambiarla e adattarla a nostro piacimento. Inutile sperare nella salvezza di Santiago, perché Gabriel García Márquez, creatore e padrone del personaggio, decide di gettarlo in pasto al fatalismo e all’assurdità della vita, che si manifestano attraverso una serie di incredibili contrattempi e imprevisti che impediscono alla gente di Riohaca di annunciare al povero malcapitato la morte imminente. Tutti, infatti, sapevano che sarebbe stato ammazzato: perfino il lettore ne viene a conoscenza sin dalle prime pagine della cronaca.

Un ingiusto finale svelato all’inizio, che non affievolisce la tensione narrativa ma la tiene in vita attraverso una ricostruzione degli eventi che vengono mostrati dalla prospettiva di chi, in qualche maniera, è stato coinvolto nel delitto. Ed è proprio la molteplicità dei punti di vista che caratterizza questo libro, poiché ogni personaggio diventa protagonista dell’opera e racconta la propria versione della vicenda a distanza di 27 anni, cercando di ricordare ogni minimo dettaglio che segnò quella mattinata

 Tanti, forse troppi i particolari che fanno da cornice ad una fabula elementare: gli abitanti di Riohaca festeggiano il matrimonio della bella Angela Vicario con l’affascinante, misterioso e ricchissimo Bayardo San Román; a poche ore dalle nozze, però, la giovane viene riconsegnata dallo sposo alla famiglia perché non più vergine. La madre la picchia brutalmente e la abbandona sfinita nella sala da pranzo, fino a quando i fratelli Vicario, rientrando a casa, la trovano in quello stato. Inorriditi e tremanti di rabbia (non per il suo aspetto, ma per l’onore macchiato della famiglia) domandano alla donna chi l’avesse disonorata e lei, nella più totale confusione, si allontana dalle grazie dei lettori e pronuncia tra i tanti nomi possibili il primo che le sovviene, lasciandolo inchiodato alla parete con la sua freccia precisa, come una farfalla senza più scampo la cui sentenza era scritta da sempre: Santiago Nasar.

 Angela si fa Diavolo, poiché sentenzia una morte priva di ogni colpevolezza o, volendo osservare la questione da un’altra prospettiva, si rivela protagonista principale, nonché artefice concreta, della storia elaborata dallo scrittore Destino, autore fatalista dell’assurdo. Procurati i coltelli, i fratelli Vicario aspettano in piazza l’arrivo della vittima ma non esitano a raccontare a tutti le loro intenzioni, quasi a voler essere fermati perché incapaci di compiere un gesto simile; cercano di ribellarsi alla loro sorte facendo appello alla gente del paese, che diffonde la notizia dell’imminente assassinio. Tutti sono allarmati, tutti cercano disperatamente di salvare Santiago, nessuno ci riesce. Nemmeno la madre che, certa della presenza del figlio in casa, vedendo arrivare gli assassini verso la porta d’ingresso decide di chiuderla in fretta per non farli entrare, tirandola con la spranga. Ma il figlio era fuori, quasi dietro il portone: sarebbero bastati pochi secondi e la madre si sarebbe accorta che era lì.

 Pochi secondi che il Destino decide di mostrare ai lettori, per dare loro quell’ultimo appiglio di speranza che tanto lo diverte, e che tanto amareggia e scoraggia noi. D’altronde, si sa, il Destino ama fare brutti scherzi, ma questo non vuol dire che bisogna rassegnarsi ad esso senza provare a cambiare le cose, o meglio, senza avere il coraggio di tenere aperta quella porta d’ingresso di casa Nasar, ribellandosi alla sorte.

La bellezza di questo libro, al di là dello stile vivace, sensuale e accattivante, risiede nel messaggio più che attuale in esso contenuto: la rassegnazione al fato è una condanna a morte, ancor di più se non vengono colti quei segnali, quelle voci che gridano: Stiamo cercando Santiago Nasar per ammazzarlo. In un’epoca come quella che stiamo vivendo, dominata e soffocata dalla crisi politica ed economica, è facile rassegnarsi e rimanere a guardare dalla piazza di Riohaca lo sviluppo degli eventi, ma quanto soffriremo, poi, nel rimorso di non aver nemmeno provato a cambiare le cose? Márquez ci invita dunque, nel nostro piccolo, a prestare attenzione a quei foglietti infilati sotto le porte che annunciano il nostro destino, per poter cercare, in qualche maniera, di cambiarlo.

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