Editoriale

Questa volta la Lega farà la secessione, ma al suo interno

Bossiani e maroniani, partito di lotta e di governo, l'implosione è vicina

Gennaro  Malgieri

di Gennaro  Malgieri

span lang="EN-US">La Lega Nord dopo aver minacciato la secessione, aver promesso il federalismo, aver incitato i  popoli del Settentrione contro Roma ladrona, essersi inventata l'inesistente Padania tanto per avere un luogo con cui identificarsi, adesso brucia. Le sue mani sono vuote, il suo cuore si è inaridito, la sua gente prende le distanze dal Carroccio, da Alberto da Giussano, dal Sole delle Alpi, dal pratone di Pontida e da tutto l'armamentario che Umberto Bossi con i suoi sodali è stato capace di mettere in piedi in venticinque anni vissuti tra le contraddizioni ed i voltafaccia, la lotta ed il governo,  gli estremismi territoriali e le confuse identità, le origini celtiche e le ambizioni romane, il celodurismo e la mediazione. Insomma la Lega è stata tutto ed il contrario di tutto.

Oggi è tempo di consuntivi e di memorie per comprendere le ragioni di un declino annunciato, nonostante le apparenze contrarie. La Lega da tempo immemorabile non ha una linea politica e ciò che è accaduto a ridosso e dopo la fine del governo Berlusconi del quale faceva parte lo evidenzia in maniera perfino drammatica. A conferma di quanto sosteneva Gianfranco Miglio, il solo immeritato ideologo che i leghisti hanno avuto e poiché grandemente li sovrastava lo cacciarono volgarmente.

Scriveva il grande politologo: "La politica non la si fa certo con le belle maniere e con i 'minuetti'; ma quando saremo emersi da questa vicenda, ci renderemo conto che il bullo di Cassano Magnago ha rappresentato il momento più clamoroso - ma anche il più triviale - della crisi. Un'esperienza che un Paese serio non dovrebbe ripetere più."

I nodi sono venuti al pettine. Ed il men che si possa dire è che la rottura tra Bossi e Maroni, consumatasi nella brace rovente dell'autorizzazione all'arresto (negato) al deputato Nicola Cosentino, appare ormai insanabile, al punto che all'ex-ministro dell'Interno è stato vietato di tenere comizi in nome e per conto della Lega.  La circostanza autorizza a ritenere  che, nel volgere di un breve lasso di tempo, ci saranno almeno due Leghe, ma solo una di esse tenterà di ricomporre i rapporti con il Pdl dando luogo, a livello sia pure embrionale, ad un nuovo centrodestra che potrebbe sperimentarsi in occasione delle prossime elezioni amministrative di primavera.

È oggettivamente difficile immaginare oggi quali saranno i percorsi che le diverse componenti leghiste imboccheranno. Ma è, al contrario, semplice ipotizzare che dopo quel che è accaduto, e a fronte di ciò che accadrà nei prossimi giorni niente sarà più come prima ed il destino del Carroccio è dunque segnato. O la separazione radicale tra le due " anime" oppure la più improbabile ricomposizione che però implicherebbe l'istituzionalizzazione di una guerra guerreggiata che il partito nordista certamente non può permettersi nella certezza di pagare un pesante scotto in termini elettorali, ma anche di immagine e di complessiva affidabilità dal momento che governa molte importanti amministrazioni locali.

Insomma, quel che è chiaro, dopo tanto smentire da parte degli interessati, sta davanti  agli occhi di tutti: la Lega si rende conto, tanto nella componente bossiana che in quella maroniana, che non può essere contemporaneamente un movimento di lotta e di governo, ma che se intende portare a capitale qualcosa, dopo tante illusioni disperse nelle valli padane, deve assumere una linea univoca ed individuare gli alleati giusti che le consentano di soddisfare il minimo di quanto il suo elettorato.

Dalla sempre rimandata "rivoluzione" leghista, della quale resta ben poco. Alla prova dell'abbandono di Berlusconi, con tutta evidenza il Carroccio non regge politicamente e strutturalmente a meno che non si voglia accontentare di recitare la parte del gruppo di raccolta di tutti i risentimenti che si sono da tempo immemorabile sedimentati nel Settentrione  ed impastarli in un improbabile magma politico al fine di costituirsi come alternativa al sistema (da ricostruire) dei partiti.

È probabile che la rottura tra Bossi e Maroni non sia più di tanto determinata da un'impostazione politico-culturale inconciliabile a fronte della crisi economico-sociale, ma da una vera e propria lotta di potere che è andata sviluppandosi negli ultimi anni e si è acuita poco prima della fine del governo Berlusconi dovuta alla pura e semplice gestione del partito a fronte del limitato raggio d'autonomia del fondatore e delle crescenti ambizioni del delfino (peraltro mai designato) i cui sostenitori mal sopportano il peso del cosiddetto "cerchio magico" bossiano ed in definitiva imputano a questa componente una deriva familistica della leadership leghista.

Entrambi i gruppi, a ben vedere, hanno colto l'occasione della rottura con Berlusconi ed il passaggio all'opposizione al governo Monti per rilanciare unitariamente il Carroccio, ma hanno commesso l'errore di non accordarsi preventivamente su una strategia credibile e possibilmente vincente, né hanno definito una nuova classe dirigente in grado di guidare il movimento.

Maroni, che ha compreso prima di altri la necessità del cambio di passo, si è reso conto che soltanto dalla discontinuità con Bossi e con la sua ristretta cerchia di fedelissimi può dipendere l'innovazione della Lega, ma non ha fatto i conti con i numeri che, almeno in Parlamento, sono dalla parte del capo. Infatti è bastato un flebile segnale del senatúr sul caso Cosentino, concretizzatosi nell'annuncio del "voto di coscienza" dopo che era stato dato per certo che il gruppo si sarebbe espresso in senso sfavorevole al deputato campano, che Maroni ha visto assottigliarsi le sue truppe alla Camera. Ciò non vuol dire che ingoierà il rospo tanto facilmente. I suoi uomini che contano sul territorio faranno di tutto per mettere in difficoltà Bossi, procedendo secondo le regole proprie della guerriglia. Il fine sarà quello di ottenere  la resa degli antagonisti.  Se però non dovessero riuscire nell'intento dovranno rassegnarsi alla sconfitta che per loro significherebbe la fuoriuscita dalla Lega e l'avvio della  costruzione di un nuovo movimento dagli incerti confini ideologici e politici.

Se Bossi sembra cercare il recupero  di un rapporto con il Pdl, Maroni non ci pensa nemmeno. Il realismo politico dell'ex-ministro dell'Interno si palesa sempre più fragile, indirettamente proporzionato alle capacità messe in mostra al Viminale. La singolare circostanza è probabilmente dovuta ad una certa fretta nell'impossessarsi della guida della Lega che lui - ma non soltanto lui, anche bossiani convinti a dire la verità -  vedono avviata verso un processo di sclerotizzazione e, dunque, incapace di incidere più di tanto sulla realtà nordista che potrebbe essere "catturata" da un nuovo centrodestra a trazione pidiellina se soltanto questo la smettesse di rincorrere il leghismo peggiore per proporre un disegno di emancipazione socio-economico a quella parte considerevole della società padana delusa dal Carroccio ed animata da spirito innovatore.

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