Editoriale

Aboliamo le regioni, inutili, dispendiose e truffaldine

Torniamo all'Italia del Comuni, e risparmiamo finalmente sui costi della politica

Mario  Bozzi Sentieri

di Mario  Bozzi Sentieri

lanciare l’idea è stato Vittorio Feltri, che, scandali e conti alla mano, non si è lasciato scappare la provocazione, chiedendo, su “il Giornale”,  di  abolire le regioni, perché  costano troppo, sono oggettivamente dannose, sono una fonte di sperperi, in mano ad una casta di “furfantelli” affamati del denaro pubblico.

L’ultimo scandalo (per fatturazioni fasulle) viene dalla Regione Piemonte del “governatore” leghista Roberto Cota.  Ma il fenomeno è diffuso a macchia d’olio. «Prima di loro – scrive Feltri – si sono distinti i fetenti della Regione Lazio sfuggiti al controllo della presidente Renata Polverini, la quale, poi, data la propria cecità, è stata gratificata con una poltrona in Parlamento. E sorvoliamo sui Franco Fiorito e sui suoi epigoni sparsi in varie parti d’Italia».

Nell’ottobre scorso è toccato ai consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna che chiedevano il rimborso per ogni singola spesa (compresi asciugacapelli, toilette e caffè). Ora “Il Tempo” riporta che nel mirino della Procura di Rieti sono finiti, per falso e peculato, anche tre esponenti del Partito Democratico alla Regione Lazio: gli indagati avrebbero alterato le fatture per aumentare i rimborsi o per ottenere pagamenti indebiti.

Perfino un presidente di Regione, il campano Stefano Caldoro, condivide la provocazione di Feltri e rilancia: le Regioni – dice – «sono  un lusso che non possiamo permetterci».

Ergo: iniziamo a “svuotarle” di competenze, tornando allo “spirito della Costituzione” che vedeva come compito principale di questi enti territoriali quello della  programmazione e pianificazione, non certo della gestione delle risorse.

Dalla piazza genovese Beppe Grillo arriva ad ipotizzare perfino un referendum per – testuale – “toglierci dai coglioni le Regioni”. Difficile ipotizzare la costituzionalità di un siffatto quesito referendario, un dato comunque è certo:  nell’opinione pubblica sta crescendo, dopo gli anni dell’infatuazione  federalista, una certa repulsione verso il regionalismo “all’italiana”, fonte di sprechi per eccellenza, con i suoi 180 miliardi di costo sugli 800 complessivi della spesa pubblica.

Da qui, anche da qui bisogna partire per una seria riforma del sistema-Italia,  sgombrando finalmente il campo da ogni retorica sul regionalismo e sulle autonomie locali e cercando di mettere una pezza alla  pessima riforma del titolo V della Costituzione, voluta una quindicina di anni fa dal centrosinistra, che ha favorito l’aumento delle spese, la duplicazione delle competenze ed  il venire meno dei controlli da parte dello Stato.

Ora insomma, anche sulle Regioni,   è tempo di iniziare a tirare  le somme, politiche e di bilancio, per invertire la tendenza. Di false promesse sulle istituzioni “vicine” ai cittadini non ne possiamo più. Se il metro di giudizio per le istituzioni, locali e nazionali, deve essere l’efficienza, il rigore, la capacità gestionale, è giunto il momento perché  ogni retorica venga abbandonata e con essa un modello regionale che non è mai decollato.

Ed allora cominciamo a pensare seriamente di abolire le Regioni, per dare  voce ai territori, quelli veri, piuttosto che ai soffocanti apparati burocratici, inefficienti e spendaccioni.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da ghorio il 02/12/2013 13:16:04

    Veramente il centrodestra, per coerenza, una volta andato al potere, avrebbe dovuto iniziare l'eliminazione delle regioni, assieme anche alle province, ma, more solito, poi arriva la questione delle poltrone e non si fa niente. Ricordo per gli immemori, he la destra di allora, anno 1969, aveva votato contro l'istituzione delle regioni. Quanto alla modifica del titolo V, l'aveva fatto il centrosinistra per ingraziarsi la Lega, in nome del federalismo, ma il centrodestra avrebbe potuto 2001-2006 modificarlo per lo storture che stiamo pagando. Poi arrivano i cosiddetti governatori, per i quali il linguaggio giornalistico ha cerato l'enfasi, e si sentono piccoli re di uno statarello. Urge ad ogni modo modificare la Costituzione e regolarizzare tutto, visto che abbiamo la palla al piede della Corte Costituzionale, troppo politicizzata.

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