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Personaggi del '900

Il goliardico Ottone Rosai. Arte e politica di un agit-prop anticlericale

Fascista di sinistra fu spesso influenzato dagli ambienti che si trovava a frequentare, col risultato di una biografia piuttosto contorta

di Ivan Buttignon

Il goliardico Ottone Rosai. Arte e politica di un agit-prop anticlericale

Nel 1930 alcuni giovani scrivono un opuscolo dove esaltano la tendenza antiborghese della pittura di Ottone Rosai. Nel breve volgere di un anno gli stessi giovani si raccolgono intorno a “L’Universale”, rivista fondata nel ’31 dal rivoluzionario Berto Ricci, e fanno del pittore la loro guida spirituale[1].

A fine gennaio 1997 in una trasmissione di Rai-Tre alcuni esperti riconoscono Ottone Rosai quale “antiborghese e fascista di sinistra”[2]. Definizione politologicamente ineccepibile.

Difatti, alcune opere di Ottone Rosai esposte alla quadriennale del 1935 costeranno all’autore accuse di sovversivismo e addirittura di comunismo. Egli dipinge, per l’occasione, uomini che lavorano, che soffrono, spesso segnati dalla solitudine. Tutti soggetti che si specchiano in simulacri molto diversi da quelli delle altre opere della Quadriennale, scandite da monture, labari, giovani atleti[3].

Sul piano letterario Rosai è considerato quasi un agitatore: il suo racconto Dentro la guerra è bollato dalla prefettura quale “disfattista”. Nella realtà l’accusa rappresenta solo uno dei tanti modi per redarguire, gratuitamente, lo scomodo Rosai[4].

Già nel 1931, anno noto per i provvedimenti fascisti contro le associazioni cattoliche, Rosai si trova nei pasticci. Assieme ad altre autorevoli figure come Emilio Settimelli, Remo Chiti, Alberto Maurizio e Bruno Rosai, Ottone pubblica un opuscolo dal titolo “Svaticanamento – Dichiarazione agli Italiani”. Gli autori di questa dispensa si proclamano “credenti in Dio, e quindi agli ordini della propria coscienza. – Fedeli al giuramento fascista”. L’opuscolo così risponde a una lettera del Papa, che ammonisce e sanziona il Fascismo:

“Dinanzi al tradimento di Achille Ratti italiano rinnegato che osa – mascherato da capo dei cattolici ma oramai da tempo operante manifestamente su terreno profano e politico – tentare la coalizione di tutti gli antifascismi del mondo, concretando così l’ennesimo appello dello Stato Pontificio allo straniero, contro la Patria; dinanzi alla imbecillità di quasi tutta la stampa italiana, sentiamo l’alto e irresistibile dovere, in qualità di intellettuali dal temperamento e dalla Fede fascista, di affermare:
1) Che è l’ora di tagliare con la spada il nodo gordiano di un grossissimo equivoco. I fascisti cattolici, cioè gli osservanti, sono una risibile minoranza. La maggioranza degli italiani non è osservante e quindi non appartiene ad alcuna chiesa. Come ammetteva anche il quotidiano papalino “Lo Smerdatore Romano”, per essere cattolici “non basta sentire la messa ogni domenica e avvicinarsi di quando in quando ai Sacramenti”.
2) Preteè, da infinito tempo, considerato in Italia sinonimo di ipocrita, di parassita, di pidocchio, di antitaliano. Gridare a un avversario la parola: prete!significa schiaffeggiarlo nell’anima, offenderlo nel più tremendo dei modi.
3) Tutto il Risorgimento è una lotta accanitissima, sanguinosissima, disperatissima, contro il prete che si alleò con tutti i nemici della Patria: l’Imperatore d’Austria, l’Imperatrice Eugenia, i Borboni. Quattro sono gli uomini giganteschi che il popolo italiano adora in una semplice ma infallibile sintesi: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele. Garibaldi fu in tutta la sua vita calunniato, perseguitato, schernito, denunciato dai preti. Per un miracolo, perché Iddio lo protesse, non fu assassinato dagli sgherri papalini lanciati infinite volte contro di lui. Mazzini fu anch’esso calunniato, deriso, perseguitato dai preti e dai preti fu rovesciata, per l’intervento di un esercito straniero invocato, quella Repubblica Romana che Egli accese come un rogo sublime tra le perfide miserie del periodo post-napoleonico. Cavour fu scomunicato. Vittorio Emanuele, anch’esso scomunicato, dové cacciare il brigante vigliacco Mastai Ferretti a colpi di cannone da Roma. Dai campi di battaglia, dalle strade che furono barricate, dalle prigioni austriache, borboniche e papaline, dalle fosse che videro penzolare sulle forche il fior fiore della gioventù italiana rea soltanto di aver amata l’Italia giunge a tutti gl’Italiani in questo attimo di fatale giustizia storica questo ammonimento: morimmo per mano di prete o per complicità di prete col nostro oppressore; liberate la divina Italia dal prete!Ebbene: in nome di tutto il sangue versato dagli Italiani per l’Italia, osiamo – dopo una breve illusione di una possibile conciliazione – invocare dal Duce la denuncia del Concordato. Una volta decaduto il Concordato, il Capo dello Stato Pontificio ritorna ad essere nella situazione di Pio IX dopo la presa di Roma da parte di Vittorio Emanuele. La denuncia del Concordato non lo riporta, logicamente, allo “statu quo ante”. Col Concordato infatti si superarono le “guarentigie” sulle quali del resto Garibaldi così si espresse: “L’Italia amoreggia oggi con l’idea sacerdotale e la lecca, l’accarezza, supplicandola genuflessa acciò li mantenga i suoi figli nell’ignoranza e nell’abbruttimento chiamando l’atto sudicio, infame, garanzie!”. Si ritorna alla situazione del XX Settembre 1870 quando Pio IX fuggitivo per le Chiese di Roma era alla mercé delle truppe italiane, dello Stato italiano, del popolo italiano, del Re Sabaudo. Ma per parte del Capo dello Stato Pontificio le condizioni sono immensamente peggiorate. Pio XI diviene un Pio IX senza l’Imperatore Francesco Giuseppe, senza la Spagna e col fardello della disfattistica eredità di Benedetto XV che diffuse, cancellandosi con infamia dalla storia del mondo, la frase matricida: “La guerra mondiale è un’inutile strage”. Per parte dello Stato italiano, invece, esiste ancora un grande Re Vittorioso e c’è la prodigiosa novità del Duce creatore di un regime possentemente italiano, per il quale la cattura e la condanna dell’italiano rinnegato Achille Ratti e complici non sarebbe che una facile operazione per una Legione di Camicie Nere romane e il portato logico di un rettilineo processo del Tribunale Speciale della Rivoluzione fascista”[5].

In quel frangente accadono incidenti un po’ dappertutto. A Roma i camioncini dell’”Osservatore Romano” sono incendiati dai fascisti, che attaccano anche i circoli parrocchiali e le associazioni cattoliche, devastando tutto.

I firmatari del famigerato opuscolo “Svaticanamento – Dichiarazione agli Italiani” sono colpiti da mandati di arresto. Ma intervengono Pavolini e Bottai. Rosai e soci sono salvi.



[1]P. Buchignani, Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio, Il Mulino, Bologna, 1994, pp. 126-127.

[2]Tra questi: Carlo Cordié, Giorgio Luti, Vittoria Corti, Mario Luzi, Piero Bigonciari.

[3]R. Bilenchi, Amici. Vittoriani, Rosai e altri incontri, cit., p. 54.

[4] Ibidem, p. 70.

[5] In Ibidem, pp. 76-78.

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