Editoriale

Il vecchio Giorgio contro il nuovo drago della politica. Riuscirà a sconfiggerlo come fece il Santo?

Nel suo Discorso Napolitano ha violentemente rimproverato i politici, ricevendo un applauso che di fatto li ha condannati di fronte alla storia

Andrea Velardi

di Andrea Velardi

uon onomastico Presidente Napolitano,

non possiamo non guardare a Lei con enorme fiducia e accoramento in questo 2013 che ci ha davvero tenuti in una continua, fremente apnea istituzionale. Quello che passerà alla storia come l’anno di tutte le cariche, l’anno di tutte le sorprese istituzionali al di là e al di qua del Tevere, ci ha davvero fatto percepire come la sua rielezione sia stata una “finestra schiusa per tempi eccezionali” manifestazione di “un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese”.

Non possiamo che ringraziarla per questo suo gesto di profonda e consapevole generosità che ho potuto verificare in prima persona negli anni che mi hanno visto vicino a lavorare con un grande uomo e scienziato quale Giovanni Bollea, fondatore della Neuropsichiatria Infantile italiana, il quale oggi avrebbe trasalito nel vedere il suo carissimo amico di sempre confermato per la seconda volta nella magistratura più alta della Repubblica.

Bollea le aveva insegnato come fare bene il nonno, lei era pronto a dedicarsi in modo più libero agli affetti e alla sua vita privata, ma il vero nipote da accudire e da allevare con cura si è mostrato questo paese bizzoso e autolesionista come un bambino disagiato, ormai adulto anagraficamente ma ancora piccolo cognitivamente e moralmente, incapace di emanciparsi dall’assistenza dei grandi padri. In questo scenario lei ha potuto provare autenticamente come la sua vita sia identificata con le sorti del paese tanto da riprodurre nel concreto quello che potrebbe sembrare una semplice metafora familiare.

Mi lasci dire Presidente che forse la colpa non è tutta di questo Paese, del bambino disagiato di cui lei è chiamato ancora una volta a prendersi cura. La sua rielezione ci entusiasma per il valore straordinario della sua personalità umana e politica, per la “testimonianza di consapevolezza e coesione nazionale” da lei fornita insieme al Parlamento che l’ha rieletta.

D’altra parte, come Lei sa bene, è un fatto eccezionale che suona come un allarme e ha le tonalità dell’inquietudine. E’, come lei ha detto, un evento “senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente”.

L’inquietudine, lo smarrimento, la paura provengono dalla constatazione che la nostra Nazione non possiede più grandi personalità politiche di riferimento in grado di rappresentarla con un vasto consenso attraverso i canali classici della democrazia parlamentare. Non ci sono più quei padri nobili della patria cui abbiamo potuto fare ricorso in altre congiunture tormentate della nostra storia recente. E non parlo di quelle personalità di altissimo profilo morale cui si è affidata in questi giorni la democrazia del Web. Parlo di uomini che abbiano saputo vivere con dignità unanimente riconosciuta il loro cursus nelle strutture vive della politica tanto da divenire rappresentativi sia per la società civile che per la compagine parlamentare sempre in cerca di mediazioni e intese, legittime e sacrosante come lei ha ripetuto ieri, anche se a volta troppo sofisticate se non incomprensibili e sordide per noi cittadini.

Di questo vuoto istituzionale la società civile non ha colpa. La responsabilità è tutta di una politica

sempre più chiusa, autoreferenziale, scollata dalla tragedia quotidiana di un paese in agonia.

Per questi motivi non possiamo accogliere la sua rielezione con il trionfalismo consono ad un evento così eccezionale. E siamo felici che lei stesso, senza alcun timore reverenziale per un Parlamento attanagliato da una pericolosissima empasse, lo abbia manifestato a chiare lettere. Lei si è davvero comportato come il grande padre chiamato a rimproverare con asprezza un bambino che non vuole crescere, non vuole affrontare la realtà e cerca in tutti i modi di sottrarsi alle proprie responsabilità.  Per questo possiamo utilizzare le sue stesse parole per accusare la politica e gran parte di coloro che l’hanno eletta. La politica non ha saputo fornire soluzioni alla pressante crisi finanziaria e al crescente malessere sociale e sono prevalse “contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”. E questo “ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”.

Come un padre deve fare con un bambino cresciuto che vuole rimanere bambino in modo opportunistico e strumentale lei ha negato ai suoi stessi elettori alcuna possibilità di autoassoluzione, di autoindulgenza. Ha additato nello stesso Parlamento “i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell'amministrazione” e “i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme”. Ha sferzato i suoi stessi elettori con quelle parole che sono state il culmine di tutto il suo discorso e, aggiungerei, di tutta la recente stagione politica. Quell’aggettivo “imperdonabile” da lei gridato verso tutti i responsabili della mancata riforma elettorale da lei trascinati a riconoscere pubblicamente, in diretta televisiva, le loro colpe, con quell’applauso scrosciante che li ha condannati senza riserve davanti alla storia italiana.

Essere stati privati del diritto di indicare il proprio candidato al seggio del Parlamento costituisce una ferita di cui paghiamo a caro prezzo le conseguenze. Anche in termini di simbolica rappresentatività. Essendo le logiche di partito e di sudditanza e non il merito riconosciuto dal popolo a selezionare la classe dirigente futura. A parte la spirale sgradita cui conduce il tanto ambito premio di maggioranza da lei analizzata con straordinaria acutezza.

Della sua forza morale e di questo suo discorso così esemplare la ringraziamo.

Concludo con un’ultima immagine. Quella di San Giorgio e del Drago della leggenda medievale.

Più che sulla santità di Giorgio, voglio soffermarmi sulla entità del Drago. Da sempre questo animale mitologico, fiabesco racchiude in sé la simbologia del male. E’ la personificazione della potenza e della imbattibilità del male, laddove il Serpente ne rappresenta l’astuzia e la irresistibilità.

Nell’additare i mali del nostro paese e il contesto eccezionale che stiamo vivendo lei ha tratteggiato le urgenze che dobbiamo affrontare e combattere.

Il problema però è che sempre di più il male, il nemico diviene globale e aumenta la propria consistenza tanto da diventare diffuso, pervasivo, invisibile. L’Italia soffre di una corruzione morale e di una regressione culturale che condizionano in ogni contesto la sua stabilità e il suo sviluppo.

Per combattere questo Drago non basta solo la lancia affilata di un valoroso soldato come san Giorgio. Questo Drago assomiglia sempre di più ad un mostro più astuto e capace che sa prendere a volte perfino il volto della stessa democrazia, nascondendosi dietro l’ apparenza della promozione dei diritti e della libertà, dietro la difesa della giustizia e dei valori, dietro il proclama solerte e l’arringa zelante. Il nemico, il mostro da combattere è l’ambiguità, la doppiezza, “il corrotto che ha fatto un corso accellerato di buona educazione” e di stile per citare un densisssimo testo dell’ex Cardinale Giorgio Bergoglio oggi papa (cfr. Guarire dalla corruzione, EMI, 2013).

Da questa confusione non usciremo se lei resterà solo a combattere per la sua e per la nostra Italia. E non usciremo pensando che il malessere del paese si annulla semplicisticamente uccidendo il Drago con un colpo di lancia. Il cammino delle riforme radicali è l’unica strada per evitare il peggio della degenerazione della crisi morale ed economica e il peggio di una involuzione antidemocratica, populista e perfino anarchico-rivoluzionaria.

La comunanza del suo onomastico con quello del Pontefice ci fanno riflettere.  In questo momento perfino una istituzione di straordinaria credibilità come la Chiesa è ferita al suo interno da eventi di corruzione economica più o meno strutturati. I destini di Chiesa e Stato di volta in volta dialetticamente contrapposti o compenentrati in diversi modi sin dal Risorgimento, poi nella fase della chiusura ecclesiale del Primo Novecento e infine durante la Resistenza e nella ricostruzione post-bellica e nei travagli della Prima Repubblica ora sembrano intrecciarsi in modi che dovranno essere sinergici per il bene del Paese. Anche se il Vaticano ha potuto vivere la sua palingenesi grazie all’evento eccezionale delle dimissioni di un Papa rigoroso e intransigente come Joseph Ratzinger e l’avvento immediato di un Papa completamente diverso nello stile e nelle prospettive di governo. Senza arroccarsi a riti e proposte consunte, incapaci di radicale rinnovamento.

La ripresa di fiducia nella istituzione ecclesiale segnata dalla elezione e dai gesti di Giorgio Mario Bergoglio dovrebbe fornire una lezione alle nostre istituzioni repubblicane. Certamente il potere di un pontefice è di altra natura giuridica. Ma la forza dei simboli e della moralità, il potere di alcuni sì e di alcuni no possono fare della sua rinnovata Presidenza un baluardo contro una degenerazione che sembra a tutti dilagante e crescente.

Auguri Presidente, auguri a lei e alla nostra amatissima Italia!

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    2 commenti per questo articolo

  • Inserito da NewBalance547 il 15/11/2014 11:10:19

    Xs235New@163.com

  • Inserito da superetrusco il 23/04/2013 19:51:41

    Santo cielo! Certo che se siamo ridotti alla santificazione di un fossile comunista servo di Bruxelles quale Napolitano,non siamo alla frutta .... siamo all'ammazzacaffè!

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