Fiorello sembra abbia vinto!

Un deja vù ben fatto, ma assai scontato

“Il più grande spettacolo dopo il weekend”, zeppo di parodie viste e riviste

di Steve Remington

Un deja vù ben fatto, ma assai scontato

Un momento dello spettacolo di Fiorello.

D’accordo, la dittatura dei numeri, la tirannide dello share, consiglierebbe prudenza. Fiorello ha vinto, evviva Fiorello. I dati - ufficiali, si badi bene - raccontano di quasi dieci milioni di spettatori, pari al 39,1% di share,  incollati davanti al televisore per vedere lo show che, secondo l’Auditel, ha battuto tutti i record di ascolti. Il tutto per la gioia dei vertici Rai, a partire dal direttore generale, Lorenza Lei, che sull’operazione Fiorello si è giocata tutto. A lei gli onori, al suo predecessore, Mauro Masi, l’onere di aver condotto la trattativa. Così va il mondo. 
Eppure “ Il più grande spettacolo dopo il weekend”, questo il nome dello show dell’artista siciliano, realizzato nello studio Cinque di Cinecittà, quello di Fellini per intendersi, con tutti quegli ospiti vip che hanno riso a comando, a beneficio delle telecamere che gli inquadravano, zeppo di parodie viste e riviste, giocate sul dimissionario Silvio Berlusconi e sulla cancelliera tedesca Angela Merkel, l più grande spettacolo dopo il weekend. Un deja vù ben fatto, confezionato ad arte, con maestria, ma non venite a dirci che questo circo Barnum da villaggio Med è il nuovo linguaggio televisivo, la nuova grammatica del piccolo schermo, o altre scempiaggini di questo genere. Il canovaccio della serata, lo si è visto, sin dalle prime battute, è quanto di più scontato ci potesse essere. L’arrivo in Taxi a voler dimostrare che l’uscita dalla Rai di qualche anno fa era solo una “libera uscita” e non una fuga, è stata l’evidente dimostrazione che Fiorello stava aspettando questo momento. Quando al governo non ci sarà più Berlusconi, torno in Rai. Fiorello, e come per Berlusconi si è parlato di berlusconismo,  per l’artista siciliano è necessario parlare di fiorellismo, essendo democristiano dentro, intimamente convinto che sia necessario soddisfare destra e sinistra guardando al centro, non ha fatto altro che riportare indietro di vent’anni le lancette della televisione, tarandole su quanto Mike Buongiorno gli ha insegnato, trasmesso attraverso mille spot, confenzionando una sorta di Gran Varietà, una Canzonissima senza la Lotteria Italia né Corrado Mantoni, di cui avvertiamo la mancanza. Ecco, questo è il gioco al quale ha deciso di divertirsi Fiorello: propongo un finto nuovo, saccheggiando il vecchio. E proprio perché questa è l’equazione uscita dalla prima puntata del Fiorello show, la convinzione che la Rai abbia speso troppo - 12 milioni di euro in totale, 300 mila euro a puntata il cachet dell’animatore siciliano –. Se la seconda puntata dovesse rivelarsi un flop che succederà? Se il circo mediatico organizzato per la prima serata dovesse manifestarsi in un tendone instabile, chi pagherà il conto? E soprattutto, se il pubblico televisivo, dopo aver scoperto il trucco, chiedesse indietro il prezzo del biglietto, la Rai che farà? L’aver incensato a prescindere lo spettacolo – leggi l’impagabile Aldo Grasso sul Corriere della Sera –: “No, per divertirsi con Fiorello c’è poco da fare, basta lasciarsi trasportare,entrare nell’universo pop del vecchio varietà (niente di più nuovo dell’antico) non fare resistenza”. Allora non è meglio la replica delle repliche degli originali, che la rifrittura?– Tutto ciò significa che nessuno ha più nulla da dire. Conta soltanto come lo si dice. E’ come se fossimo diventati tutti dei confezionatori, non degli animali dotati di cervello, muscoli e anima. Massì, allegria a tutti e che Mike, assieme a Corrado, abbia pietà di noi.


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