Editoriale

No al bullismo, ma anche alle gogne mediatiche

Il caso recentissimo di Andrea, il ragazzino di 15 anni che si è tolto la vita a Roma

Domenico Del Nero

di Domenico Del Nero

ra le varie forme di violenza, il bullismo giovanile è sicuramente una delle più atroci: non conosce infatti tregua né compassione, si basa sulla logica del branco, su una vittima che va individuata, scelta e braccata senza pietà e senza tregua. Sotto il pretesto dello “scherzo” a cui il malcapitato (o malcapitata) deve sempre e comunque sottostare, si nascondono infatti torture a volte anche fisiche, ma più spesso psicologiche: certo non meno dolorose, anzi per certi aspetti più devastanti.  Per la persona in questione, andare a scuola o anche semplicemente uscire di casa si trasforma in un percorso di guerra,  dove non c’è protezione che tenga contro l’idiozia e la cattiveria organizzate, anche perché chi non si adegua alle persecuzioni contro lo “sfigato” di turno rischia magari di diventare suo compagno di sventura.

Il  carattere giovanile è infatti spesso estremo, capace di grandi slanci e di generosità ma anche di estrema cattiveria;  infatti  sovente non si rende conto – o non vuole farlo – di dove possono portare le sue azioni e compensa le proprie fragilità e insicurezze mascherandosi dietro il comodo e rassicurante “anonimato” del gruppo/branco. Ecco perché il bullismo è un fenomeno che va perseguito con la massima determinazione , senza riserve di alcun tipo: perché è mortale, può fare vittime e ne ha fatte già sin troppe, e anche quando non uccide, può comunque distruggere una persona e segnarla per tutta la vita. E già questo non è poco, in fondo è un’altra forma di assassinio.  

Il caso recentissimo di Andrea, il ragazzino di 15 anni che si è tolto la vita a Roma, sembra purtroppo rientrare in questa  ignobile tipologia:si dice sia stato preso di mira perché era omosessuale   e voleva, cosa ovvia e naturale, condurre a suo modo la propria vita. Se è vero, se veramente è questo che gli ha spalancato le porte dell’infero, o anche solo ha contribuito a farlo,  allora i responsabili, le loro famiglie se minorenni e gli insegnanti se in qualche modo complici o anche solo acquiescenti devono essere individuati e puniti con la massima determinazione e per una volta, posto che ciò sia possibile in quel paese di Pulcinella che è l’Italia, con il massimo rigore (nel senso anche di fargli scontare la pena) .

Per l’appunto, però: se. Perché se in Italia  la giustizia è sovente lenta, farraginosa e anche un po’ strabica,  c’è chi in compenso non perde tempo e scatta inesorabile: la gogna mediatica, per cui si individua un colpevole “presunto” (o a volte comodo) e dimenticando che  il nostro diritto prevede la presunzione di innocenza e non di colpevolezza, si  inchioda senza pietà e soprattutto senza preoccuparsi di “schiodare” in caso  non si sia preso non un pesce ma un granchio colossale. E a volte, purtroppo, anche lì ci scappa il morto. Non è forse anche questa una forma vile e inaccettabile di violenza? La colonna infame di manzoniana memoria continua a purtroppo a aleggiare tra noi.

Ora nel mirino sembrano esserci anche la scuola, i compagni e gli insegnati del ragazzo, anche per le reazioni inferocite di organizzazioni gay e lesbo:  Fabrizio Marrazzo, portavoce del  gay center, ha chiesto al ministro Profumo di indire una giornata di lutto nelle scuole, osservando un minuto di silenzio  perché “Il ragazzo suicida era gay e non è escluso che sia stato vittima di azioni di discriminazione e di omofobia, mali da cui la scuola non è indenne”. Credo che molti insegnanti  (compreso chi scrive) lo farebbero anche senza bisogno del placet  ministeriale, ma almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, in memoria di un ragazzo che si è tolto la vita, prescindendo dal fatto che fosse o meno omosessuale: come infatti lo stesso  Marrazzo sembra  riconoscere, la certezza  che la scuola sia coinvolta non c’è.  E se determinate reazioni sono  comprensibili, occorre però evitare il rischio della “speculazione” che sarebbe una ulteriore mancanza di rispetto al ragazzo scomparso.   Una deputata del  PD, Paola Concia, ha infatti voluto incontrare i compagni di classe e i professori  del liceo Cavour di Roma e ha dichiarato “Ho voluto farlo per capire cosa fosse accaduto davvero. I ragazzi mi hanno spiegato che hanno un doppio dolore: quello della perdita del loro compagno di classe e quello di essere stati descritti oggi su tutti i siti come i responsabili della sua morte. Li ho trovati sconvolti e ho riscontrato un contesto scolastico assolutamente non ostile alla diversità. “ [1]

Non solo, ma in una lettera ai giornale diffusa e diffusa sempre da repubblica.it , i compagni di classe scrivono  “Noi,gli amici, abbiamo sempre rispettato e stimato la personalità e l’originalità che erano il suo punto di forza. Non era omosessuale, tanto meno dichiarato,innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo. Lo smalto e i vestiti rosa, di cui andava fiero, erano il suo modo di esprimersi[2]” E concludono esprimendo il loro rammarico e auspicando che non si speculi con il loro dolore.

La questione non sarebbe rilevante più di tanto se, per l’appunto, non  fosse scoppiata una gran polemica sull’argomento; che ha certo una sua logica e una sua base d’appoggio (ad esempio, una pagina Facebook su cui il ragazzo era pesantemente preso in giro) ma che rischia poi di far perdere di vista il vero significato del dramma personale di Andrea e della violenza in generale: se al primo ancora non è possibile dare una risposta concreta e precisa, il secondo è un mostro a più teste di cui nessuna è peggiore delle altre.  Omofobia, irrisione verso un anziano o un down, verso chi abbia un suo modo particolare di vestirsi o di esprimersi: i pretesti sono molti pur di sfogare e scatenare i propri istinti bestiali. Quello che bisogna colpire è la bestia, non solo una o l’altra delle sue teste.  Ma soprattutto, davanti a un evento così tragico e sconvolgente come il rifiuto della vita da parte di chi sta appena cominciando a conoscerla, occorrono  la determinazione di scoprirne il motivo ma anche quella di evitare  strumentalizzazioni. Se qualcuno ha in qualche modo e con qualsiasi pretesto  contribuito a spegnere il sorriso di quel ragazzo è necessario e giusto che paghi sino in fondo, ma se così non è stato e il mostro è nato nel profondo del suo animo, tutto quello che si può fare è cercare di capirne le radici per evitare che possa allignare nello spirito di qualcun altro; e stringersi, con immenso affetto e rispetto, ai suoi genitori e ai suoi cari.


[1]  La fonte, anche per la dichiarazione di Marrazzo, è  http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/11/22/news/quindicenne_suicida_a_roma-47192987/       

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