iL MALPENSANTE

II Volume della collana Classici del giornalismo

Non dimenticando che Jemolo non aderì né allo sturziano Partito popolare né alla DC

di Bruno Quaranta

II Volume della collana Classici del giornalismo

Arturo Carlo Jemolo

«Malpensante senza crisi» il cattolico Jemolo. Malpensante non meno fermo, «mal pensante congenito», il cittadino Jemolo. Credente e civis (citoyen) all’unisono. Introducendo Costume e diritto, si proclamerà

«uno che si è sempre sforzato di entrare in chiesa allorché tutti ne uscivano, e viceversa. Tanto per intenderci, uno che, giovane, considerò un errore l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, adulto, un male per la Chiesa e per lo Stato il Concordato del 1929 (ma accetterà di sedere nella commissione governativa per la sua revisione: «Occorre guardare la realtà in faccia - scriverà a Spadolini - il progetto di revisione attenua tutto ciò che poteva apparire odioso nel Concordato. Già la scomparsa della religione dello Stato non è poco...», ndr), attempato, un altro e più grave errore l’adesione dell’Italia al Patto atlantico. Sempre contro il sentire dei più, della “parte sana”»

Non dimenticando che Jemolo non aderì né allo sturziano Partito popolare né alla Democrazia cristiana. Anzi, nel ‘48, riserverà il suo voto al Fronte Popolare. Volendo in tal modo suggellare la delusione acerrima che gli causò lo spegnimento del «roveto ardente», gli anni fra il ‘44 e il ‘47, ideali per un palingenesi del Paese, in realtà risoltisi gattopardescamente.

Jemolo scorgerà in De Gasperi il lampionaio che oscura l’alba. «Non so inneggiare a De Gasperi ricostruttore; per me resta lo spegnitore del roveto ardente». Nello statista trentino non intravide il dantesco nocchiero capace di rigenerare la «serva Italia». Una schiena moralmente diritta («inattaccabile dal punto di vista morale»), certo, ma un animus non “pugnandi”, o non risolutamente “pugnandi”, contro il costume atavico di «irridere alle “anime belle”, ai moralizzatori, a chi non si rassegna al “si è sempre fatto così”» e le ingerenze vaticane («Vedeva molto più chiaramente del Papa, anche in ciò ch’era interesse religioso. Peraltro troppo profondamente cattolico per ribellarsi»).

Né Jemolo sarà generoso di apprezzamenti verso la Costituzione repubblicana che fruttifica durante la stagione del roveto ardente, «pur con completa adesione al regime che ha instaurato ed alle grandi sue direttive». Non la ama «per tutto ciò che ha di enfatico, di espressioni dal significato vago (stampi che possono accogliere qualsiasi contenuto), di buoni propositi che nulla hanno di giuridico», di «non aderenza alla realtà», rendendola permeabile ai «miti di una falsa democrazia». Non riesce a sintonizzarvisi in assenza di una «nota dominante»: non è la legge fondamentale «di uno Stato confessionale né di uno Stato laico, non di uno Stato conservatore capitalista, né di uno Stato socialista, non s’ispira né ai canoni del liberismo economico né a quelli del socialismo».

E comunque: Jemolo non attribuisce un valore taumaturgico alla Carta, ad alcuna Carta. Il moralista che è, prima del giurista, sa che più delle tavole determinanti sono gli uomini. Senza «buoni cittadini, buoni amministratori, una classe politica degna» non v’è Costituzione che possa «impedire disordine o decadenza». Una costante nei millenni, a cominciare da Mosè che, ergendosi il vitello d’oro, spezzerà le tavole della legge.

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