Editoriale

Matteo, giovane Renzi, il Jovanotti della politica

Non si riesce a vedere il programma politico, ma è evidente la voglia di piacere a ritmo rap

Steve Remington

di Steve Remington

h eh, è qui la festa?? Oh yeah”. Sì, la festa è qui all’Auditorium Conciliazione  di Roma, a due passi dal Vaticano, quattro dal Senato e otto dalla Camera. Mica è stata scelta a caso la location per la tappa romana del tour per l’Italia di Matteo giovane Renzi.

Nella Capitale non poteva, e non lo è stata affatto, andare in scena il solito spettacolino. E no. Perché se sei a due passi da tutti quei luoghi dell’anima e dello spirito, che piacciono molto al giovane Matteo Renzi che piace alla gente, devi dare qualcosa di più del solito altrimenti che festa è? E proprio perché a matteino questi posti gli “garbano” tanto, Renzi vorrebbe essere sempre qui e non là, sulle rive dell’Arno, a fare un mestiere, lo capisce, anzi si è capito da tempo, che non gli interessa affatto. Anzi che non gli garba, per dirla alla fiorentina.

Per approdare sulle rive del Tevere, su quale  sponda è assolutamente indifferente  Matteo giovane Renzi ha imboccato l’unica strada possibile, diventando il Jovanotti della politica, il rapper del Pd, il Benigni delle primarie,  il giullare di una corte che si va costruendo strada facendo (no, tranquilli non centra nulla Baglioni)  nella convinzione che la “ggeeente”, molto romanamente e poco fiorentinamente, ha bisogno di sognare, di volare sopra, di appassionarsi a qualcosa che sta di lato rispetto alla politica politicata da politicanti.

Parole, assonanze, similitudini che fanno dell’orazione di  Renzi un rap, un monologo, e non un programma politico per il Paese. Quello non c’è. E non ce n’è traccia nell’arco di tutto il suo spettacolino che dura più di un’ora, dotato di una regia perfetta, costruito su un processo di marketing e che viaggia sulle gambe di Renzi seguito a vista dal suo guru-ombra Giuliano Da Empoli.

A vederli così, scendere assieme dal camper allestito per questa tournee, sembrano due puffi. Ma mentre fendono la folla - Renzi in camicia bianca, maniche arrotolate e cravatta nera, un po’ Blues Brothers, un po’ Men in Black; Da Empoli, maglioncino bianco e jeans – stringendo mani e dispensando  abbracci, pensi più a Beppe Grillo e a Casaleggio, rimuovendo i personaggi dei cartoni animati.

Ecco, Matteo è la sua band sono la versione pulita, anzi ripulita, e meno drastica del movimento Cinque stelle. Qui si punta alle stalle, Camera, Senato  e Palazzo Chigi, con l’intenzione di rinfrescarle un po’, che a distruggere. Una differenza sostanziale, quasi epocale.

Sarà per questo concatenamento di ragioni, o forse per il loro esatto contrario, che alla tappa romana del tour di Matteo Jovanotti Renzi la tribù che balla è molto comune e poco vip. Del cosiddetto apparato, infatti, si notano solo i deputati Andrea Sarubbi, con maglietta grigia (tipica divisa da  concerto) e Mario Adinolfi, il blogger giocatore di poker che, a tempo perso, fa anche il deputato del Pd.

Sparsi qua e là, poi, s’intravedono il regista Fausto Brizzi con signora, la penna rossa con inchiostro nero (viene dal Pd ma scrive per Il Giornale) Fabrizio Rondolino, il manager cinematografico Massimo Ferrero (‘core a destra, portafoglio a sinistra) e qualche attricetta in cerca di un ruolo da recitare e due esponenti del Campidoglio, l’assessore della giunta Alemanno, Gianluigi De Palo e il consigliere Fabrizio Santori, competitor dell’attuale sindaco nelle primarie per la scelta del candidato.

Dei big, quelli veri, nessuno. Forse impegnati a seguire le piroette della Polverini finita nella polvere, o altre vicende di umanità varia. E proprio perché la platea è fatta da gente comune, quella che crede ancora ai comici e ai rapper, Matteo Giovane Renzi  segue il filo del testo senza mai cambiare nota. Ci sono i video di Obama e Maurizio Crozza (che prende più applausi di Jovanotti Renzi), ci sono gli esodati di cui il sindaco di Firenze sembra esser diventato il sindacalista, ma non ci sono le grandi sparate o le orazioni civili. Quelle sono un’altra cosa. Non è rap, non è “robba” per una tribù  che balla. E allora avendo capito di essere a Roma e che non puoi deludere così la folla, matteino offre un po’ di sangue per le penne delle jene (i giornalisti) soltanto al termine dello show.

 “Credo che le dimissioni della Polverini fossero scontate e doverose. Mi auguro che i cittadini possano scegliere presto il loro nuovo presidente”, dice il sindaco di Firenze, “spero che il centrosinistra scelga di fare le primarie per il candidato e al netto della vicenda giudiziaria auspico che la politica faccia un passo avanti. Sono per l’abolizione dei finanziamenti ai partiti politici, ai gruppi regionali e ai vitalizi. Spero che venga restituito il buonsenso alla politica”.

Eh, ci voleva tanto per dire una cosa così che non cambia la vita  a nessuno  e non modifica le sorti del mondo? Ma essendo Renzi  intimamente democristiano non è che non sa, non vuole andare oltre le righe dello spartito. Sennò la festa diventa carnevalata, simile a quelle organizzate dal consigliere regionale del Lazio Carlo De Romanis. Sia mai una cosa simile.  Meglio una tribù che balla al ritmo di un rap solido e testato, che una ciurma che beve e gozzoviglia.  Sì, era qui la festa.

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    1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Andrea Sarubbi il 26/09/2012 14:48:30

    Dear mr. Remington, la maglietta era quella della Convention democratica di Charlotte, con l'asinello e la scritta "Proud to be a democrat". È la stessa che campeggia sui miei profili Facebook e Twitter. Just to let you know.

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