Calunnie e doppiopetto blu

I capelli di Peter

Storia di irriconoscenza e invidia (Capitolo 2)

di Massimo Melani

I capelli di Peter

I due detective, appena furono tra le mura di casa, fecero immediatamente vedere a Peter il mandato di perquisizione, chiedendo se potevano iniziare il controllo e se avesse necessità di un avvocato.

Lo stomaco e la mente di Cummings, in quel momento, erano in fibrillazione, completamente disgiunti dalle loro attività normali e metodiche.

Gli occhi non riuscivano a leggere, causa gli spasmi che provenivano dalla testa, il mandato di perquisizione; le mani iniziarono un insolito tremolio e il sudore la faceva da padrone sulla fronte oramai coperta dai capelli che  sembravano incollati.

La chioma di Peter aveva spesso causato fastidiosi litigi in famiglia.

La moglie, Susan, ricordava continuamente al marito che erano troppo lunghi, che sarebbero stati adatti ad un ventenne e non ad un uomo sposato; che se voleva fare il giovincello quella non era certo la maniera ideale, ma solo una pessima strategia per passare da adulto rincoglionito.

Beh,  che lui fosse un tipo sui generis  era facilmente intuibile e da ciò ne derivava il suo comportamento. Solo gli amici di sempre, solo i familiari per questo suo (involontario) ostentare lo redarguivano, quasi palesando invidie e rancori da parte di persone che si potevano sentire svilite dai suoi atteggiamenti, dal suo ciuffo ribelle spesso posizionato quasi a coprire l'occhio destro. Quanto fossero corrette queste osservazioni lo vedremo in seguito.

Amava frequentare i negozi con abbigliamento sartoriale, ove si sbizzarriva nel creare insieme al sarto dimensioni e fogge particolari di reverse di pantaloni e di petti a lancia per i blazer.

Chi lo conosceva da tempo sapeva che quello era il suo mondo; amava ripetere che non aveva vizi, non fumando, non bevendo e non facendo continue e costose crociere. Apprezzava il suo buon gusto e se ne infischiava se molti gli facevano i conti addosso.

Non era ricco, ne benestante, aveva una famiglia dove lavoravano tutti gli adulti, con un “parentame” canadese che spesso elargiva laute  buono-uscite.

Insomma si toglieva le soddisfazioni che poteva permettersi, senza mai oltrepassare il limite consentito. Per questo per gli acquisti più importanti utilizzava ricorrere a finanziarie, sempre però in maniera più che discreta.

“Cosa c’è di più bello che sentirsi ben curato e preparato, sempre all’ altezza, senza essere mai in imbarazzo” soleva ripetere, e in effetti era veramente difficile coglierlo non all’altezza.

Quando il sabato andava a correre a Central Park il look sportivo mostrava di essere di altissimo livello: felpa blu della Polo con colletto alzato, pantalone grigio appena sopra il ginocchio, calzettoni alti di spugna blu Emporio Armani, sneakers Gucci-Sport e asciugamano arancio di Hermes posizionato stile  sciarpa.

Cosa lo spingeva a questa perfezione stilistica che per molti era solo pura ostentazione; quale motivazione scattava in lui per differenziarsi così dal “vulgus” attirandosi le antipatie di chi vestiva da mane a sera con una tuta in acrilico?

Sin dall’infanzia era stato abituato a un modo tutto suo di identificarsi, sia dal punto di vista educativo sia da quello della cura dell’ immagine. Pur non essendo di estrazione sociale elevata, la madre aveva cercato di prepararlo al mondo con tutti i requisiti di base giusti e l’ aspetto da bimbo “a modo” era una priorità per la famiglia.

Già alle junior high school (scuole medie), mentre gli altri compagni si presentavano con un abbigliamento normale per quella età, lui indossava la sua giacchetta blu con stemma e bottoni dorati, pantaloni di flanella all’ inglese e mocassini neri lucidissimi. Questo mostrarsi così non gli creò mai problemi tra gli amici, semmai invidie fra le mamme che avrebbero voluto i loro figli così ben preparati.

Gli anni della senior high school ( il liceo) lo incoronarono definitivamente come il giovane elegante per eccellenza. Famosi, a detta dei colleghi studenti di allora, i suoi cardigan di cashmere con rifiniture in pelle, i suoi papillon regimental e i pantaloni a sigaretta che negli anni settanta erano proprio un affronto alla moda del “ panta a gamba di elefante” .

Questa regola, di non seguire la moda ma di crearsela, iniziò a creargli la nomea di snob, i più rancorosi lo disprezzavano per il suo atteggiamento quasi provocatorio, disinteressato verso il prossimo. I suoi amici si contavano sulle punte delle dita, ma fortunatamente essi si dimostrarono tali nel vero senso della parola.

Affermavano che “Peter lo si ama o lo si odia! Noi lo amiamo perchè abbiamo capito com’è, sappiamo che è proprio il suo modo di essere, che la sua selezione umana gli viene spontanea, non farebbe mai l’ amico forzatamente, non riuscirebbe mai a confidarsi con chi veramente non gli è nell’ anima. A sua volta darebbe la vita per noi, per i suoi prescelti”.

Il college lo trovò ben preparato a questa nuova avventura da studente più maturo. Qui le persone venivano dai più disparati mondi culturali e c’era un maggior  disinteresse per come uno si vestiva o interagiva, le amicizie nascevano e morivano nel corso di una stagione di esami.

Insomma, Peter Cummings, era una normalissima persona che non amava in profondità il presenzialismo e la mondanità.

Daniel Bovaro e Charles Miller, questi i  nomi dei due investigatori, cominciarono ad aprire cassetti, sportelli e tutto ciò che poteva nascondere qualcosa di utile per la perquisizione.

Bovaro, alto e con una forte stempiatura, spiegò a Peter, il quale non era ancora riuscito a leggere una riga di quel mandato dalla disperazione interna che lo stava divorando, che Mr. Roughoaks aveva sporto denuncia contro di lui a causa di un ammanco di circa un milione di dollari che per la Roughoaks Corporation era stato causato da truffe ed estorsioni da parte di Cummings  verso lo stesso Roughoaks.

In più vi era anche un’ accusa di falsificazioni di firme di cui, sempre Cummings, era accusato.

Continua......

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