Editoriale

Cosa resta dell'Italia

Forse la notte è calata sul mondo e il nostro Paese non può fare niente per scansarla

Gennaro  Malgieri

di Gennaro  Malgieri

a terra continua a tremare. La disoccupazione avanza inesorabile (l’11%) e si abbatte soprattutto sui giovani. L’impoverimento crescente (28 milioni di italiani, secondo il ministro Passera, risentono pesantemente degli effetti della crisi) fa temere un conflitto sociale senza precedenti.

 Le tasse aumentano e soffocano famiglie e imprese: la famigerata Imu avrà ripercussioni devastanti sui ceti meno abbienti e non lascerà indifferenti neppure coloro che potranno permettersi di pagarla con minori ambasce. Datori di lavoro ed operai si uccidono davanti all’incalzare dei dissesti economici e le loro morti non fanno neppure più notizia: sembra che ci si sia assuefatti al peggio.

La politica è scomparsa, i partiti sono in rotta, i tecnocrati al potere sbiadiscono giorno dopo giorno di fronte a problemi più grandi di loro che soltanto statisti degni di questo nome potrebbero tentare di risolvere e dei quali non si vede neppure l’ombra. L’Europa ci assedia, la Germania non ammette ragioni contro le sue, gli euroscettici si rifugiano nel populismo più becero ed inconcludente che si possa immaginare.

Di fronte al caos c’è perfino chi pensa di dar vita a liste civiche in vista delle politiche del prossimo anno, ma non spiega perché: un modo come un altro, forse, per esorcizzare l’impotenza, l’ingovernabilità, la minaccia della rivolta popolare che non si limiterà ad un voto sconnesso e ribelle, ma darà seguito alla indignazione montante in forme che non vorremmo immaginare.

Pure il pallone si è sgonfiato e lo sport nazionale affoga con tutto il resto nella melma della corruzione: nessuno potrà più guardare una partita, dopo che le ultime fogne calcistiche sono state scoperchiate, senza nutrire il sospetto di una combine, di un trucco, di una compravendita. 

Che cosa resta, dunque, dell’Italia?

Di fronte a questa angosciosa domanda ognuno è autorizzato a rispondere come vuole, naturalmente. Ma tutti, credo, sono d’accordo nel ritenere che il delirio è calato sul nostro Paese impazzito come mai era accaduto prima nel corso della più che sessantennale storia repubblicana. Neppure negli anni torbidi dell’imperversante terrorismo e dello stragismo mafioso l’Italia è stata così disunita. Anzi, quanto più i pericoli incombevano tanto più riusciva a trovare la forza per reagire uscendone, sia pure malconcia, ma moralmente a testa alta, con molti martiri innocenti, eroi non sempre compresi, ed un popolo capace di riprogettare il suo futuro e  guardare dentro se stesso con un po’ di fierezza.

Adesso, dopo un ventennio inutile, gettato letteralmente alle ortiche, avendo coltivato molte illusioni e  realizzato meno di niente, dovremmo riprendere il cammino laddove s’interruppe quello della cosiddetta Prima Repubblica. Ma con quali risorse, con quali energie, con quali uomini? Agli inizi degli anni Novanta speravamo nel rinnovamento del Paese e riuscimmo a trarre (almeno così ci parve) dalla caduta di un ceto politico usurato la spinta per un nuovo inizio politico, sociale e culturale. Vecchi partiti fecero posto a inedite aggregazioni; il sistema elettorale maggioritario offrì la possibilità ai cittadini di partecipare direttamente alla formazione dei governi; il potere delle forze politiche sembrò attenuarsi; una stagione di fervore da completare con le riforme istituzionali si affacciò ricca di promesse.

Sappiamo come è andata: la rivoluzione italiana, alla quale avrebbero dovuto prendere parte tutti, indipendentemente dalle appartenenze, si è infranta sulle scogliere del piccolo cabotaggio, gli antichi vizi hanno fatto nuovamente irruzione nella vita pubblica, la partitocrazia si è impossessata dello Stato con maggiore arroganza e spregiudicatezza, la miserabile costruzione europea, priva di radici ed ideali, ha reso le nazioni soggette a speculazioni finanziarie che hanno impoverito i popoli, l’eterna guerra tra borgognoni ed armagnacchi italici si è consumata senza sosta fino a determinare lo sfinimento dei poli che invece di produrre politica hanno generato disgusto nei cittadini che ancora attendono le promesse riforme delle istituzioni, della giustizia, del fisco, del welfare, e  via elencando.

La delegittimazione reciproca, in un sistema tendenzialmente bipolare, non poteva che produrre il suicidio dei partiti stessi, oltre all’agonia della democrazia rappresentativa. E, infatti, un comico è arrivato a seppellire il tutto. Con una risata, naturalmente.

Ridono poco e amaro, invece, gli italiani che non sanno più a quale diavolo (i santi lasciamoli stare, per favore) votarsi. E non ne trovano neppure uno in questa landa deserta sulla quale perfino la natura sembra accanirsi con una ferocia inusitata. Cosa augurarci? Che non si dia più credito ai cialtroni, innanzitutto. Di tutti i colori e le sfumature. E poi che si riprenda a pensare politicamente. Evitando, se possibile, di affidare brandelli di pensieri incompiuti a twitter o a facebook. Sarebbe il caso che donne e uomini di buona volontà si cercassero e dessero vita a nuove forme di aggregazioni politiche ricche di contenuti. Ebbene sì, nell’èra di internet ho nostalgia – io reazionario, passatista, conservatore – di quei cari partiti, dei loro giornali, delle sezioni fumose animate da discussioni stupide ed intelligenti, pacate e violente, inconcludenti e decisive, aperte e settarie nelle quali c’era comunque il seme della passione civile, dell’ideale variamente interpretato, delle istanze da difendere o da avversare. Possibile che il nuovismo abbia mandato tutto in fumo nello spazio di quattro lustri?

E’ così. E neppure è consolante constatare che nemmeno in Vaticano se la passino bene. Forse la notte è calata sul mondo e l’Italia, ben povera cosa, non può fare niente per scansarla. 

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    3 commenti per questo articolo

  • Inserito da lascaris il 05/06/2012 22:06:53

    Scusi tanto onorevole, ma non pensa che la classe politica italiana, di cui lei è comunque un autorevole esponente, dovrebbe farsi il mea culpa per prima? E con tutta la scarsa stima per guitti & company, forse molti italiani la pensano come Boito: "E non trovando il bello, ci abbrachiamo all'orrendo". A chi dire grazie di tutto ciò?

  • Inserito da gianpaolo Biagini il 04/06/2012 20:57:00

    Il Popolo sovrano, quello a cui sarebbero affidate le sorti della Patria attraverso le caciarate elettorali, ha fatto in gran parte le sue scelte : una parte, la più entusiasta, affiderà il futuro ad un cabarettista, un'altra parte si scervella sulla "foto di Vasto",(un ridicolo masaniello, un inutile chiacchierone ed un mediocre e deprimente balanzone : ricordano il canto di Modugno, Franchi ed Ingrassia.."...tre...tre...briganti e tre somari.....". I rimanenti han già mollato urne e candidati ed è forse son quelli siu quali si potrà fare affidamento.Ma non so come.

  • Inserito da Loredana il 04/06/2012 19:21:23

    Più buia la notte, più vicina l'alba. E' calato il buio sull'Italia perché abbiamo lasciato che il nostro particolare buio prevalesse. Sono d'accordo sull'auspicare la fine del credito elargito a piene mani a cialtroni di ogni colore, e sul ritorno all'aggregazione tra persone di valore per ridare vita ad una politica concreta e capace di trovare e applicare soluzioni senza ricorrere al politichese. Forse ci vorrà un po'. Non è un lavoro che duri lo spazio di una sola generazione. Lo stesso Cavour aveva ben presente che, dopo aver fatto l'Italia, era necessario fare gli italiani...

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