Prima tappa

Viaggio all'interno della corruzione nella magistratura

Come può un magistrato arrivare a tanto, diventando amico e servitore di un’organizzazione che invece dovrebbe combattere con tutte le sue forze, a rischio della stessa vita

di Inquisitor Generalis

Viaggio all'interno della corruzione nella magistratura

Corruzione

L'impunità di cui, sotto qualsiasi governo, continuano a godere i magistrati corrotti e il silenzio di regime che avvolge gli abusi giudiziari, nei confronti dei soggetti più deboli, mi ha portato ad incominciare questo viaggio all’interno del ventre della magistratura italiana,  allo scopo di renderne pubbliche le malefatte e il vuoto di giustizia che incontrano i cittadini inermi che fiduciosamente si rivolgono all'istituzione giudiziaria e, dalla quale, molto spesso vengono maltrattati duramente. 

Il ruolo assegnato dalla legge ai giudici e il grande potere decisionale loro riconosciuto nell’esercitarlo spiegano perché da essi, ancor più che da altri, si richieda una semplice cosa: professionale e inattaccabile integrità etica, al di là di quanto è ordinario pretendere a chi istruisce altre, pur rilevanti, mansioni.

Noi cittadini, di questa malmessa Italia, potremmo probabilmente ammettere lo sbaglio del magistrato uomo, ma non l'alterazione di un’equità che, è ben noto, è obbligato a rispettare di fronte a tutto e tutti.

ichiesta, per me, più che criticabile, senza stramazzare in uno snobismo falso-borghese che glorifichi le divisioni. Tutto ciò, però, trasforma la comprensione di quanto è abitualmente consentito, ma al mesmo tempo è scorretto o perfino proibito per un giudice, rendendo veramente difficile, da fuori, determinare con una valutazione il significato di detti atteggiamenti.

Consideriamo, come esempio, la notizia dell'arresto del giudice Giancarlo Giusti, resa nota con un comunicato emesso dal capo della Procura di Milano, Edmondo Bruti Liberati, alla fine di marzo. Giusti era stato già rimosso dalle proprie funzioni, con disposizione del Csm, il passato 16 dicembre, in seguito al suo coinvolgimento in un'indagine sull’'ndrangheta con radici a Milano.

L'ipotesi di reato formulata nei suoi confronti era di corruzione in concorso con il presunto boss calabrese, Giulio Lampada. Secondo la procura di Milano, il magistrato calabrese avrebbe agito in concorso anche «con persone non identificate per compiere e aver compiuto atti contrari ai doveri d'ufficio, in palese violazione dei principi di imparzialità, probità e indipendenza tipici della funzione giudiziaria, e in questo modo si metteva a disposizione di Giulio Lampada . Tale mercimonio della funzione, veniva posto in essere dal magistrato al fine di ricevere e dopo aver ricevuto le utilità economiche da Giulio Lampada e da soggetti a quest'ultimo collegati, tra cui Mario Giglio e Minasi Vincenzo per un valore complessivo di almeno 71 mila euro». «Con l'aggravante di aver commesso il fatto al fine di favorire l'associazione di tipo mafioso».

Come può un magistrato arrivare a tanto, diventando amico e servitore di un’organizzazione che invece dovrebbe combattere con tutte le sue forze, a rischio della stessa vita.

Quanto sopra per riallacciarmi al fatto che molti giudici propendono a non scandalizzarsi per certi accadimenti o, peggio ancora, dicono che non ne sapevano assolutamente nulla.

Pertanto, la questio, deve basarsi, in primis, sulla mancanza di sorveglianza interna alle mura delle varie procure, intendendo per vigilanza quella sociale tra gli stessi magistrati e quella ufficialmente disciplinata dai capi degli uffici.

Quest’ultimi, di frequente, non amano troppo svolgere la funzione di controllo, anche perché diventa spesso compito gravoso.

Tra una vigilanza serissima e il dormiveglia per restarsene in piena serenità c’è primariamente l’azione scrupolosa e concentrata  che permette di captare determinati segnali, distinguere tutto quanto viene lasciato da parte per screditare il giudice coscienzioso e analizzare approfonditamente, contrariamente, quanto spunta a galla di importante.

Per cui, la conditio che nessuno della procura sapesse niente della vita «privata» del magistrato corrotto, non estingue assolutamente la questione.

Ne dischiude, all’opposto, una dissimile e, cioè, che l’organo di giurisdizione dovrebbe, anzi deve, appurare e punire le noncuranze di chi avrebbe dovuto controllare e sapere.

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