Al cinema con Michele

Napoli, tra arte e spazzatura, nostalgia e superstizione, miseria e nobiltà

Tre minuti ciascuno per uno sguardo da e sulla città partenopea: il punto di partenza per l'opera plurale di ventiquattro autori

di Michele  Cucuzza

Napoli, tra arte e spazzatura, nostalgia e superstizione, miseria e nobiltà

Sconcertante questo "Napoli 24", che vede il coinvolgimento, accanto al già affermato Paolo Sorrentino (Le conseguenze dell'amore, L'amico di famiglia, Il Divo), di 26 registi, impegnati in 24 brevi narrazioni di Napoli. Hanno a disposizione tre minuti ciascuno per raccontare una città complessa come questa, attraverso 24 stili narrativi diversi. 

Il risultato è un affresco sorprendente, che vede un alternarsi di immagini a volte deludenti sul piano stilistico ma certamente interessanti per la forza evocativa degli estremi che compongono la città partenopea.  Lo stesso faticoso percorso di questo film è in sé una parabola di Napoli e del paese: ideato su invito della Regione, che non ha mai finanziato il prodotto, questo documentario a più voci ha visto la candidatura di 103 prodotti, tra i quali sono stati selezionati i 24 che hanno composto la versione finale. Tre anni per realizzarlo e altri due per distribuirlo fanno sì che questo ritratto plurale della città sia aggiornato ai tempi della Iervolino, evocata in alcuni dei corti che compongono l’affresco.

 

A partire dall’episodio finale, curato da Sorrentino che, raccontando la giornata di un’anziana nobildonna,  traccia un triste profilo di una città in decadenza, la narrazione dei giovani autori è tutt’altro che scontata: la spazzatura c’è ma viene raccontata ai margini delle avventure di un maiale e attraverso lo sguardo preoccupato di un bambino; la malavita si legge tra le righe di alcuni corti dedicati ai giovani, ma anche nella rabbia delle persone che vedono l’ombra della camorra negli affari legati alle sepolture a Poggioreale, il più grande cimitero di Napoli. 

Persino il sentimento religioso oscilla, a Napoli, tra sacro e profano, viene vissuto attraverso forme di devozione che sconfinano nel paganesimo, come si evince da racconti come “È nata Maria Francesca” oppure “Il sangue di San Gennaro”.

Insomma, un disaster movie, come lo ha chiamato il produttore Angelo Curti, che lascia, tuttavia, uno spiraglio di speranza: nonostante tutto, c’è il talento dei giovani, registi, attori, musicisti, autori, come i più di 100 che insieme hanno raccontato questa Napoli, quasi  per esorcizzare il presente in attesa che inizi veramente una nuova giornata.

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