Editoriale

Politica immiserita e svuotata: occorre cambiare la classe dirigente, tutta

Il voto ha detto chiaramente che i cittadini non credono più al vecchio sistema, qualcuno si degnerà di ascoltarli?

Gennaro  Malgieri

di Gennaro  Malgieri

l sistema dei partiti è crollato. Lo ha certificato l’esito delle elezioni amministrative. Chi si faceva delle illusioni, ignorando i segnali della disaffezione prima e dell’ostilità poi maturate nei cittadini verso un certo modo di concepire la politica da parte dei soggetti deputati a farla, è stato servito. Il politicismo, il confusionismo, il tradimento delle promesse elettorali, l’affievolirsi del legame con il territorio, l’oligarchismo esasperato delle classi dirigenti, la premura delle stesse di concepirsi in modo autoreferenziale ignorando le istanze popolari, l’appiattimento su logiche economico-finanziarie e l’insensibilità cinica verso le fasce più deboli della società lasciate sole con i loro drammi (spesso culminanti in suicidi di imprenditori e lavoratori) hanno delegittimato i partiti rendendoli invisi ai loro stessi sostenitori. Nessuno può dirsi al riparo dallo tsunami dell’indignazione che si è scatenato ed ha travolto forze che soltanto fino a quattro anni fa ottenevano risultati rotondi ed oggi sono ridotte a raccattare le briciole che i residui apparati sono in grado di garantire in maniera perlopiù clientelare.

L’abdicazione poi al loro ruolo, chiamando uno stuolo di tecnici al capezzale della Repubblica, cui permettono qualsiasi cosa purché sia a scapito degli interessi reali e concreti dei cittadini, come accade a chi tenta di imporre le proprie teorie a prescindere dalla conoscenza delle situazioni multiformi, ha fatto dei partiti, nell’immaginario della gente, i “custodi” di una politica non vissuta secondo i canoni tradizionali della rappresentanza degli interessi e degli ideali, ma come conservazione di ruoli e funzioni in attesa che la tempesta passi. In altre parole: la faccia ce la mettano gli altri che non devono raccogliere consensi, sia pure con i nostri voti, hanno detto i partitocrati che si sono ritenuti come al solito più furbi della media dei cittadini, e poi si vedrà.

S’è visto. Si sta vedendo. Adesso sono nudi, tutti quanti. Il bluff è stato scoperto ed è venuto fuori che i veri, gli unici, i soli inarrivabili mallevadori dell’antipolitica, anzi coloro che la praticano al livello più estremo sono proprio loro, i partiti che hanno trovato un facile bersaglio in un comico come Beppe Grillo per imputargli le nefandezze che discendono invece, dall’inerzia, dall’arroganza, dall’irresponsabilità che loro, i partitanti, hanno mostrato in primo luogo evitando accuratamente di ristrutturarsi, come pure avevano promesso, non tanto sotto il profilo organizzativo, quanto nei contenuti.

Tutto si potrà perdonare a questa classe dirigente, tranne di aver svuotato la politica, averla privata di senso, averla resa incomprensibile ed irriconoscibile. E non sembra che si ravveda. Dai commenti letti e ascoltati nei giorni scorsi, non abbiamo rilevato una sola autocritica. Nessuno che abbia messo sul tavolo i propri errori: non il Pdl (il cui segretario Alfano non aveva ancora finito di dire che prendeva atto della sconfitta quando gli è arrivato un ceffone da Mosca dal padre-padrone del partitino che avrebbe dovuto cambiare il volto dell’Italia); non  il Pd ed il Terzo Polo (evanescente per sua stessa ammissione: altro che partito delle nazione, piuttosto il partito del condominio…) che si sono trincerati dietro l’appoggio “leale” e “senza riserve” a Monti per giustificare la dèbacle che non prevedevano. Insomma, non un cane che abbia riconosciuto di non essere stato all’altezza nell’ultimo decennio nell’innovare il suo programma, a nutrire pensieri lunghi, a darsi un profilo autenticamente riformista. Deprimente.

Che cosa aspettano ancora per convocare gli organismi dirigenti e sciogliere le loro allegrotte brigate dicendo al Paese che si cambia registro su tutto, sull’Europa, sullo Stato sociale, sulla spesa pubblica, sugli sprechi e sul rigore, sulla corruzione e sulla delinquenza dilagante, sul malessere diffuso che provoca morti come mosche, sulle tasse più inique d’Occidente, sullo scadimento morale del Paese, sullo smarrimento di una nazione che non si sente più tale e via seguitando…

No. Continuano a parlare in politichese di legge elettorale pur di non riformarla o farne un’altra peggiore della vigente; continuano a sostenere che dell’Europa (sia pure intedescata) non se ne può fare a meno,e pur criticandola dicono la pressione fiscale, il fiscal compact, il pareggio di bilancio sono necessari; ammettono che i parlamentari sono troppi (ma non è vero) e nulla fanno per tagliarli, così come non tagliano province ed enti inutili.

E soprattutto continuano imperterriti a presentarsi in televisione con i volti di sempre: giovanotti invecchiati che stanno in Parlamento da venticinque, trent’anni e che, naturalmente, si presentano come  “nuovisti” dopo che hanno rottamato un partito dietro l’altro per approdare alle miserie che stancamente contempliamo: le loro capigliature sono grigie, ma la voglia di litigare è rimasta intatta e perciò ingaggiano furiose battaglie verbali che invece di conciliare il sonno dei teleutenti li irritano al punto di fargli cambiare canale.

Ma, secondo i tenutari della partitocrazia (agonizzante, eppure perniciosa) che cosa dovrebbero fare gli italiani? Battere ancora le mani ai moderati che sono spariti ed ai radicali che cercano di passare per moderati? Ma aboliamola questa bruttura dal vocabolario politico: il moderatismo è l’alibi dei deficienti, di coloro che non sanno e non hanno nulla da dire, che sono privi di idee le quali, se operassero politicamente, sarebbero inevitabilmente “forti” senza per questo essere eversive.

Nessuna proposta è moderata o estremista per definizione, ma soltanto in rapporto alla realtà a cui intende applicarsi. Si mettano l’anima in pace, dunque, i sedicenti moderati che vorrebbero riunirsi (al massimo lo faranno in cabina telefonica, vista la platea) non si capisce bene su che cosa, intorno a quale programma, per raggiungere quale fine.

Gli elettori hanno scoperto il loro gioco e li hanno puniti. Il nulla politico non può durare in eterno. Il vuoto prima o poi qualcuno lo riempie. E quando un sistema istituzionale è fragile, l’ingovernabilità è assicurata. Cosa sarebbe accaduto in Francia se non ci fosse stato il presidenzialismo? Né più né meno quello che è accaduto in Grecia e che, con ogni probabilità, accadrà in Italia l’anno prossimo. Gli scongiuri non servono a niente.

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